Approfondimenti

SI AVVIANO LE "COLLABORAZIONI PASTORALI" TRA LE PARROCCHIE:
PRIMA VISITA PASTORALE DEL PATRIARCA

Per la Chiesa di Venezia il 2016/17 sarà l’anno dell’avvio graduale ma sempre più sistematico delle collaborazioni pastorali nelle varie zone della Diocesi e secondo le loro specificità, con l’attivazione dei cenacoli che sono chiamati ad esserne il “cuore” e il “motore” ed anche con l’indicazione di una proposta formativa organica per i laici, in particolare attraverso la rinnovata Scuola diocesana di teologia pastorale. Tale prospettiva è emersa ed è stata affrontata venerdì scorso nel corso della riunione dei direttori e vicedirettori degli Uffici di Curia svoltasi a San Marco e alla presenza del Patriarca Francesco. 

E’ stata, intanto, composta una prima bozza – da integrare ed affinare nelle prossime settimane – del calendario pastorale del nuovo anno che sarà segnato tra l’altro dalla conclusione, a novembre 2016, del Giubileo straordinario della Misericordia e poi in seguito, probabilmente già all’inizio del 2017, dall’annuncio e dalla preparazione della prima visita pastorale del Patriarca alle diverse realtà della Diocesi. Punto di riferimento nel cammino delle collaborazioni pastorali rimane la lettera di mons. Francesco Moraglia “Se la Chiesa non assume i sentimenti di Gesù” (ed. Marcianum Press), uscita tre mesi fa, che raccoglieva il lavoro comune di mesi ed anni precedenti ma, nello stesso tempo, tratteggiava alcune linee e modalità del cammino futuro.

Non stiamo impostando una pastorale ruvida o una pastorale della clava fatta di affermazioni perentorie – ha affermato il Patriarca – ma si tratta di portare le realtà pastorali che gravitano in un territorio ad essere soggetti coordinati e più grandi, attraverso un cammino educativo e formativo che punta in particolare su un laicato sempre più responsabile. Non si vuole distruggere ma valorizzare l’esistente; per questo si punta a collaborare e non ad unificare. Fare collaborazione pastorale significa mettersi insieme per far crescere l’impegno pastorale in un determinato ambito, con un respiro più ampio e non campanilistico. Non è, quindi, utopia ma cammino paziente”. L’insistenza sull’aspetto formativo è sostenuta da una precisa lettura della realtà e dal fatto che, come cristiani, si è sempre più minoranza nella società attuale ma, proprio per questo, vi è il bisogno e la necessità di essere a maggior ragione realtà (e persone) significative e di qualità. La prima visita pastorale, ha quindi aggiunto, non sarà una “kermesse” tra le varie collaborazioni ma essenzialmente “un momento di gioia, di incontro e di condivisione del nostro cammino, per verificarne i progressi e i miglioramenti”. E per questo sarà da preparare con molta cura.

Tra i numerosi temi affrontati nel corso del dibattito tra i presenti è stata poi sottolineata più volte l’importanza – per una realtà come quella veneziana (sia del centro storico che del litorale) – di saper elaborare ed offrire, come Chiesa, valide e maggiori proposte anche nel tempo dell’estate, tra catechesi ed arte, cultura e tempo libero. Sarebbe sempre più un segno decisivo di ascolto e di attenzione al contesto ambientale nel quale si è inseriti e alle tantissime persone (residenti, turisti ecc.) che lo abitano anche solo temporaneamente.

Alessandro Polet 
(dal sito del Patriarcato di Venezia) 
PRESENTATA A MESTRE "AMORIS LAETITIAE", ESORTAZIONE DEL PAPA:
INTERVISTA A  GENTE VENETA INTERVISTA PADRE JAN DACOK
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Si è svolta Venerdì 27 a Mestre la presentazione di “Amoris laetitia”: la nuova esortazione di Papa Francesco uscita nelle settimane scorse a seguito dei due Sinodi dedicati alla famiglia (quello straordinario del 2014 sul tema “Le sfide pastorali della famiglia nel contesto dell’evangelizzazione” e quello ordinario del 2015 sul tema “La vocazione e la missione della famiglia nella Chiesa e nel mondo contemporaneo”). Dopo l'incontro del mattino al Centro pastorale card. Urbani di Zelarino, dedicato ai sacerdoti, alla sera si è svolto l’incontro aperto a tutti nel Duomo di S. Lorenzo a Mestre, introdotto dal  gesuita slovacco padre Ján Ďačok, docente di teologia morale all’Università Pontificia Gregoriana e prelato teologo della Penitenzieria Apostolica. Gente Veneta lo ha intervistato e approfondiamo con lui il messaggio di questa esortazione. 


Padre Jan Dacok, l’esortazione apostolica “Amoris laetitia” è un documento molto atteso, ed anche ampio e articolato. Un consiglio o un’indicazione preliminare per “entrare” bene nel testo e coglierne al meglio l’importanza e la portata?
L’importanza e la portata dell’esortazione apostolica Amoris laetitia si potrebbero concentrare in quattro punti: a) La centralità della famiglia per la società civile e per la Chiesa: “Il bene della famiglia è decisivo per il futuro del mondo e della Chiesa” (n. 31). Per la missione della famiglia cristiana sono vitali la parola di Dio, la vita spirituale e sacramentale. Secondo il Papa, b) la parola di Dio “non si mostra come una sequenza di tesi astratte, bensì come una compagna di viaggio anche per le famiglie che sono in crisi o attraversano qualche dolore, e indica loro la meta del cammino, quando Dio ‘asciugherà ogni lacrima dai loro occhi e non vi sarà più la morte né lutto né lamento né affanno’ /Ap 21,4/” (n. 22). c) L’esortazione invita le famiglie alla intensa vita spirituale e sacramentale che porta “a condividere la preghiera quotidiana, la lettura della Parola di Dio e la comunione eucaristica per far crescere l’amore e convertirsi sempre più in tempio dove abita lo Spirito” (n. 29). d) L’aspetto preventivo dell’esortazione: “Il divorzio è un male, ed è molto preoccupante la crescita del numero dei divorzi. Per questo, senza dubbio, il nostro compito pastorale più importante riguardo alle famiglie, è rafforzare l’amore e aiutare a sanare le ferite, in modo che possiamo prevenire l’estendersi di questo dramma della nostra epoca” (n. 246).

Non emergono cambiamenti di dottrina e il Papa ripete spesso che non bisogna mai rinunciare a proporre “l’ideale pieno” del matrimonio. Tutto, però, va sempre vissuto e riconsiderato nella logica della “misericordia pastorale”. Che cosa significa?
La logica della “misericordia pastorale” (nn. 307-312) significa la ricerca della luce per comprendere meglio la situazione personale in vista della graduale crescita e della maturazione. In altre parole, questa logica significa cercare di avvicinare la misericordia di Dio e di realizzarla in quanto possibile, cercare di migliorare o cambiare quello che è possibile per i fedeli che vivono situazioni complesse. Il Papa, accennando alle circostanze attenuanti e facendo il richiamo all’esortazione apostolica Evangelii gaudium, sottolinea che ‘senza sminuire il valore dell’ideale evangelico, bisogna accompagnare con misericordia e pazienza le possibili tappe di crescita delle persone che si vanno costruendo giorno per giorno’, lasciando spazio alla ‘misericordia del Signore che ci stimola a fare il bene possibile’ (n. 308). La logica della “misericordia pastorale” è da collocare nel contesto dell’ideale pieno del matrimonio: “Comprendere le situazioni eccezionali non implica mai nascondere la luce dell’ideale più pieno né proporre meno di quanto Gesù offre all’essere umano. Oggi, più importante di una pastorale dei fallimenti è lo sforzo pastorale per consolidare i matrimoni e così prevenire le rotture” (n. 307).

Papa Francesco sollecita un rilancio anche con nuove modalità della pastorale del matrimonio e delle famiglie. Si può dire che, in particolare con “Amoris laetitia”, si riscrive lo stile della pastorale familiare della Chiesa?
Dal punto di vista della pastorale familiare della Chiesa, Amoris laetitia va vista in continuazione con le linee del Magistero di San Giovanni Paolo II e di Benedetto XVI. Ma Papa Francesco mette in rilievo la “creatività missionaria” che, in opposizione ai “lamenti autodifensivi” (n. 57), dovrebbe portare risposte innovative alle sfide contemporanee, sintetizzate nel capitolo secondo. Il Santo Padre sottolinea che è necessario “sviluppare nuove vie pastorali”, che però dovrebbero essere elaborate dalle diverse comunità come “proposte più pratiche ed efficaci, che tengano conto sia degli insegnamenti della Chiesa sia dei bisogni e delle sfide locali” (n. 199). Molto importante è l’approccio interdisciplinare della pastorale familiare basato sulla collaborazione con diversi specialisti e con l’impiego di diversi strumenti. Fra questi ultimi dovrebbero contribuire in modo particolare centri di consulenza matrimoniale o centri di ascolto specializzati a livello diocesano.

In questi giorni si avvicendano molte e differenti “letture” ed interpretazioni del testo, soprattutto nelle parti relative al discernimento pastorale delle situazioni più complicate. Affronterà questo argomento negli incontri programmati (a Zelarino e a Mestre), ma può già dare alcune brevi linee circa la chiave di lettura e di interpretazione del “discernimento pastorale”?
L’invito al discernimento pastorale per le situazioni più complicate è da inserire in linea della continuità con l’esortazione apostolica Familiaris consortio (1981) di Giovanni Paolo II che scrive: “Sappiano i pastori che, per amore della verità, sono obbligati a ben discernere le situazioni… La riconciliazione nel sacramento della penitenza - che aprirebbe la strada al sacramento eucaristico - può essere accordata solo a quelli che, pentiti di aver violato il segno dell’Alleanza e della fedeltà a Cristo, sono sinceramente disposti ad una forma di vita non più in contraddizione con l’indissolubilità del matrimonio. Ciò comporta, in concreto, che quando l’uomo e la donna, per seri motivi - quali, ad esempio, l’educazione dei figli - non possono soddisfare l’obbligo della separazione, ‘assumono l’impegno di vivere in piena continenza, cioè di astenersi dagli atti propri dei coniugi’ (FC, n. 84).
Le tappe del discernimento personale e pastorale nel caso dei divorziati risposati possono essere diverse e individuali, a seconda delle loro situazioni vissute. Si richiederebbe la conoscenza della persona, delle motivazioni e delle circostanze dell’agire, delle condizioni attuali, la disponibilità per cambiamento, l’esame di coscienza, momenti di riflessione e di pentimenti. Lo scopo ultimo del discernimento personale e pastorale dovrebbe essere la verità oggettiva sulla situazione passata ed attuale dei divorziati risposati. Tale verità, l’incoraggiamento e l’accompagnamento da parte dei pastori potrebbero portare a passi ulteriori verso la conversione piena, l’umiltà e l’apertura ad eventuali cambiamenti al livello personale dei divorziati risposati e alla valutazione delle possibilità dell’inserimento alla vita attiva nella Chiesa locale.

Il testo riserva anche alcune sorprese, finora poco evidenziate dai media, come le belle riflessioni spirituali che ripercorrono parola per parola l’inno paolino alla carità o i capitoli molto approfonditi, concreti e ricchi di suggerimenti sulla vita matrimoniale tra gli sposi e sull’educazione dei figli. Secondo Lei quali sono le pagine più originali (o innovative) di “Amoris laetitia” e che meritano di essere affrontate con grande attenzione?
Dal mio punto di vista, attenzione particolare meritano anche altre visioni del Papa tra cui ne vorrei sottolineare quattro: a) Le parole del Papa dedicate al dialogo tra i coniugi (nn. 136-141). Questa parte del capitolo quarto svela la grande esperienza personale e la prudenza pastorale del Santo Padre. Le sue raccomandazioni a riguardo del dialogo sono da leggere, rileggere, riflettere e mettere in pratica. Realizzando la sua ricetta sicuramente si potrebbero prevenire tante complicazioni nelle relazioni interpersonali e tante rotture matrimoniali. Sono parole che possono rafforzare il matrimonio ed evitare gli indebolimenti. b) L’invito del Papa a “contemplare Cristo vivente che è presente in tante storie d’amore, e invocare il fuoco dello Spirito su tutte le famiglie del mondo” (n. 59). c) L’importanza dell’amore di una madre e di un padre e la gratitudine alle mamme per il loro contributo alla Chiesa e al mondo: “Una società senza madri sarebbe una società disumana, perché le madri sanno testimoniare sempre, anche nei momenti peggiori, la tenerezza, la dedizione, la forza morale… Carissime mamme, grazie, grazie per ciò che siete nella famiglia e per ciò che date alla Chiesa e al mondo” (n. 174). d) La visione realistica del matrimonio e il bisogno del supporto del Signore. Secondo il Papa, la vita matrimoniale è “il cammino di costruirsi giorno per giorno. Ma nulla di questo è possibile se non si invoca lo Spirito Santo, se non si grida ogni giorno chiedendo la sua grazia, se non si cerca la sua forza soprannaturale, se non gli si richiede ansiosamente che effonda il suo fuoco sopra il nostro amore per rafforzarlo, orientarlo e trasformarlo in ogni nuova situazione” 

(A.P. - Gente Veneta)

Santa Barbara confluisce nella collaborazione di Gazzera-Asseggiano-Via Miranese assieme alle Parrocchie di Gazzera ed Asseggiano.

PATRIARCATO DI VENEZIA: 40 COLLABORAZIONI PER UNA CHIESA PIU' VIVA

In questo articolo tratto da "Gente Veneta" di questa settimana don Danilo Barlese, Vicario per la Pastorale, traccia il cammino delle 40 "collaborazioni" che sono state create nel territorio del Patriarcato. E' interessata anche la nostra Parrocchia, che passa dal Vicariato di Mestre a quello della "Castellana" e confluisce nella Collaborazione denominata "Gazzera-Asseggiano-via Miranese" assieme alle Parrocchie di Gazzera ed Asseggiano.

Lo spirito di un lavoro insieme. Sono 40 le collaborazioni pastorali identificate: «Hanno l'obiettivo – riprende don Barlese – di traghettare, orientare il cammino a partire dal comune lavoro già ricordato. In questo contesto anche le realtà più forti sono chiamate a sostenere le più deboli e tutti siamo chiamati a lavorare insieme, in quanto Popolo di Dio, nello spirito del comune Battesimo riscoperto e valorizzato, della missionarietà, della sinodalità e della Chiesa in uscita indicata da papa Francesco e richiamata dal Patriarca nella sua recente lettera pastorale». E' un processo – questo verso le collaborazioni fra comunità – che coinvolge tutta la Diocesi. Il che significa che non ne sono estranee quelle parrocchie che risultano tali, cioè formalmente non parte di una collaborazione: «Anch'esse sono chiamate al coinvolgimento missionario verso le realtà vicine: ricordo in questo senso l'esempio dei giovani educatori di Jesolo, che danno una mano nelle parrocchie vicine. Ma questa logica vale per tutte quelle realtà “forti” che, per configurazione e storia, possono essere almeno attualmente meno toccate da questo processo».

Quattro passi per far crescere le collaborazioni. Un processo, appunto. Cioè un percorso, in divenire, per agevolare il quale è opportuno si compiano quattro passi. Questi: «Il primo – spiega il Vicario episcopale – è accogliere con cuore disponibile le collaborazioni indicate e avviare un processo in questa direzione, coinvolgendo e motivando tutti i battezzati». Il secondo è un impegno fattivo nel consolidare il lavoro comune sulle pastorali più in difficoltà: trasmettere la fede agli adolescenti, rallentando o arrestando l'emorragia cui di solito si assiste dopo la Cresima; confermare e sostenere nella fede le giovani famiglie e dar corpo alla catechesi degli adulti; infine coltivare il pensiero sociale della Chiesa.

La storia delle comunità e la formazione delle persone. L'impegno fattivo delle collaborazioni parrocchiali – continua don Barlese – può riguardare anche altri ambiti, perché il territorio diocesano è vario e mostra talune specificità che, nel tempo, si sono sviluppate nelle singole comunità e ne segnano virtuosamente la storia. Il terzo passo si chiama formazione, per tutti ma, in particolare, per i formatori e gli operatori di riferimento. Nuove opportunità, in questo senso, saranno offerte dalla Scuola Diocesana di Teologia Pastorale “San Lorenzo Giustiniani”.

Verso un cenacolo per ogni collaborazione. Il quarto passo, infine, coincide con la creazione dei cenacoli e con la partecipazione ad essi. «Il cenacolo – così l'ha definito il Patriarca descrivendolo, sabato scorso, al convegno dei gruppi d'ascolto - è una piccola comunità di 15-20 persone al massimo, compresi i sacerdoti, che fa una vita fraterna a partire dall’ascolto della Parola di Dio. E vita fraterna vuol dire che ascolta la Parola, prega e cerca di dire come si può rendere il Vangelo più vivo nel proprio territorio e nella propria comunità. Il cenacolo è cioè funzionale alla collaborazione pastorale. E si impegna in particolare a coinvolgere tutti i battezzati nelle pastorali comuni maggiormente in difficoltà» (adolescenti, giovani famiglie e adulti, ndr). Il cenacolo sarà composto da laici, sacerdoti, religiosi e diaconi. Ce ne sarà uno per ciascuna collaborazione e chi si renderà disponibile per farne parte ne parlerà con il proprio parroco.

Un incontro annuale con il Patriarca e i suoi collaboratori. Ogni cenacolo della collaborazione vivrà un proprio cammino formativo a carattere ecclesiale, spirituale e pastorale che valorizzerà l’incontro, la conoscenza, la riflessione e lo studio, la preghiera e la fraternità della piccola comunità. Sarà infine indicato e sussidiato dal coordinamento per la pastorale diocesana il percorso annuale fondamentale, ritmato su tre incontri prima di Natale e tre incontri prima di Pasqua. Per quanto possibile il Patriarca desidera incontrare annualmente ciascun cenacolo, di persona oppure attraverso i vicari episcopali.

Giorgio Malavasi (da: "Gente Veneta")


"AL TUO RITMO", LA FESTA DEI RAGAZZI: ECCO I LORO COMMENTI

"Com'è andata? Com'è stato?" E' domenica sera, siamo davanti alla chiesa. Dal pullmann, appena tornato da Jesolo (con un supplemento di scorciatoie per aggirare le prime code della bella stagione) scende un fiume di magliette rosso veneziano, non ancora sazie di gioia: facce euforiche, catechisti ed animatori sudati, esausti ma sereni. Sono i ragazzi delle scuole medie, reduci dalla bella Festa dei ragazzi, "al tuo ritmo", una giornata trascorsa a far battere il cuore al ritmo della misericordia, all'unisono col cuore di Gesù. Hanno ascoltato il Patriarca e pregato con lui, hanno cantato, ballato, visto stand, riso alle battute di Carlo e Giorgio. E ora ci raccontano cosa hanno provato in questa giornata.
 
Inizia Giuseppe: "La cosa che mi ha impressionato di più è stata l’amicizia perché solo per colpa di qualche gioco l’amicizia può svanire.  Per fare delle sciocche competizioni, come ho già detto, l’amicizia può svanire", ma a proposito di amicizia gli fa eco Gianluca: "Domenica mi è piaciuto tanto perché sono stato tutto il giorno con i miei amici divertendomi tantissimo ma anche perché abbiamo celebrato la Messa con il Patriarca, avvicinandoci al Signore". Pietro invece non ha dubbi: "Mi sono divertito molto. La parte più bella è stata quella in cui c’erano Carlo e Giorgio". Entusiasta della giornata anche Simone: "E’ stato bellissimo. Mi è piaciuto lo spettacolo e la Messa del Patriarca. Non ho fatto i giochi, ho semplicemente passeggiato con amici e amiche per 2 ore. Alla fine, quando stavamo aspettando l’autobus, ho conosciuto e legato con molte persone e mi sono divertito con i miei amici. Una giornata fantastica" Emanuele prende spunto per aggiungere un pensiero: "Una giornata bellissima, soprattutto perché ho rivisto tutti i miei amici del campo ACR ed i miei amici di scuola. Quindi è stato tutto bellissimo perché lo abbiamo fatto insieme". Giorgia, più loquace, è davvero euforica: "Ci ha accolto uno vestito da Elvis Presley e subito è partita la musica. Ci sono state varie scenette ma soprattutto tanta musica e balli. Alle dieci c’è stata la Messa col Patriarca e, finita questa, una pausa dove siamo andati a vedere i vari stand. Ce n’erano di vario tipo, dagli strumenti al salto alla corda. Dopo un po’ sono arrivati “Carlo e Giorgio” che ci hanno fatto morire dal ridere. Verso la fine della festa “Altuoritmo” sono caduti dei palloncini giganti e tutti si sono messi a spingerli in aria finchè non sono scoppiati. Una festa mitica”. Anche Gregorio è soddisfatto: "L’esperienza a Jesolo mi è piaciuta molto. Il PalaArrex è molto grande! Mi è piaciuta la band e mi sono piaciuti “Carlo e Giorgio” Matteo dice di essersi divertito "con corse, giochi, canzoni e chiacchiere. Mi è piaciuto quando nel prato abbiamo fatto a botte (Wrestling)  per più di mezz’ora e quando ho parlato nell’autobus con Emanuele". C'è chi larifarebbe domattina, come Niccolò: "Esperienza fantastica. Mi sono divertito molto, la cosa più bella è stata quando sono venuti Carlo e Giorgio. Vorrei rifarla". 

Matteo K. è stato invece colpito dalle rappresentazioni e racconta un'episodio divertente: "Domenica è stato molto bello e anche educativo, soprattutto quando hanno fatto la scena della famiglia. Ma il pezzo più bello è stato quello quando io e Federico (che smentisce..) ci siamo persi fuori dall’edificio e un medico ci ha sgridato". Ma sentiamo che ne pensa Noemi: "Abbiamo subito capito che il Signore è sempre con noi in ogni momento della nostra vita importante ed emozionante e perché mi sono scatenata un sacco; spero di fare un’altra esperienza simile." Giulia ci fa un resoconto dettagliato (un'aspirante giornalista?) "Ci ha accolti un signore travestito e per un bel pezzo hanno messo della musica e noi abbiamo ballato. Dopo un po’, verso le 10.00 è iniziato uno spettacolo che parlava del ritmo che dobbiamo avere con gli altri e con il Signore. Verso le 11.00 è arrivato il Patriarca e c’è stata la Messa. Dopo la Messa abbiamo fatto e giocato negli stands, poi sono arrivati Carlo e Giorgio. La cosa più bella è stata la fine quando hanno buttato giù dei palloncini giganti. E’ stato molto bello anche quando Carlo e Giorgio raccontavano il Vangelo in una scenetta". Chiara ci racconta qualcosa di più: "in questa festa c’erano molte parrocchie (San Giorgio, Asseggiano, Gazzera) e ho incontrato un’amica di Asseggiano e altri compagni". Dopo aver parlato dello spettacolo, ci racconta anche: " abbiamo mangiato e ci siamo sparsi per lo stadio, è mancato poco che mi perdessi! Dopo ci siamo radunati per cantare e ballare e sono venuti degli attori e infine siamo tornati a casa". 

Anche Matilde ed Alessia ci hanno raccontato la loro giornata Jesolana: Matilde ha "visto gli stands, poi ci hanno fatto vedere delle scenette divertenti e sono arrivati Carlo e Giorgio. Poi c’è stata la Messa" e conclude i racconti Alessia che conferma: "Ci hanno accolto con esibizioni musicali e altro, c’è stata anche una Messa con il Patriarca Francesco Moraglia. Il tema di tutta la giornata era “Altuoritmo o al ritmo del Signore”. C’è stata una pausa pranzo intrattenuta da stand, poi sempre rimanendo nel tema Carlo e Giorgio, due comici famosi, facevano degli sketch sui racconti del Vangelo. Verso la fine c’è stata una grande esibizione con palloncini giganti. Una giornata fantastica!!" 

"SE LA CHIESA NON ASSUME I SENTIMENTI DI GESU' ": LA LETTERA 
PASTORALE 
DEL PATRIARCA SULLE COLLABORAZIONI PARROCCHIALI.

Dopo alcune anticipazioni, esce l'attesa lettera pastorale voluta dal Patriarca Francesco (si può acquistare tramite la libreria online Marcianum Press a 5,10 €) che si rivolge alla Chiesa veneziana, “avendo di mira unicamente il suo bene”, per fare il punto ed orientare - con indicazioni di metodo e contenuto - il percorso di formazione, avvio e messa in opera delle collaborazioni pastorali tra le comunità parrocchiali della Diocesi. «Con cuore fraterno, attento alle debolezze delle comunità vicine e con rinnovato slancio missionario dobbiamo aprirci con fiducia alle collaborazioni interparrocchiali condividendo ambiti pastorali in cui, non da oggi, non riusciamo più ad essere evangelicamente significativi nella comunità ecclesiale e nel quartiere o paese in cui viviamo». Cosa significa per i fedeli e per la Parrocchia? Significa che la scarsità di vocazioni porterà ad accorpare tra più parrocchie una stessa attività o a dividere l'attività di alcuni parroci tra più comunità, Secondo "Il Gazzettino" di Mercoledì scorso, tra le conseguenze si ipotizzava - arrivando a darlo per certo (vedi articolo nella pagina) - l'accorpamento di alcune parrocchie tra le quali Santa Barbara. Entrando nel merito della lettera, della quale "Gente Veneta" ha pubblicato alcuni stralci, il Patriarca ha messo a frutto anni di visite pastorali nelle parrocchie veneziane nelle quali ha potuto toccare con mano le varie realtà ma anche le difficoltà, da tempo sentita, a sostenere in modo efficace il peso di tutte le attività. A livello Diocesano si è discusso molto sull'organizzazione futura delle parrocchie e sul ruolo di ministri e laici e da tempo si parla di “Collaborazioni Pastorali”, alla luce di alcuni presupposti:

1) E’ sempre più difficile che la singola parrocchia sia autosufficiente, soprattutto se opera senza far rete con il territorio, e sarà perciò decisivo condividere il cammino con le altre comunità e curare un “respiro” vicariale e diocesano mediante le “collaborazioni” che ora verranno attuale in alcuni vicariati;

2) le singole parrocchie tenteranno di mantenere i fondamentali della vita cristiana quali l’eucaristia della domenica, i sacramenti, l’iniziazione cristiana dei piccoli mentre le attività più impegnative o in difficoltà andranno costruite e curate mediante le collaborazioni interparrocchiali e vicariali; diverrà così sempre più normale e “familiare” l’azione comune tra parrocchie, parroci con la cura pastorale di più comunità e che condividono la vita quotidiana, laici che accompagnano giovani e sposi di un vicariato, e momenti condivisi di preghiera, discernimento, conoscenza vicendevole, comunione e carità.

3) si individua la necessità di ripensare gli incarichi, lo stile e le modalità del ministero conferito ai sacerdoti, mediante formazione e coinvolgimento dei laici, interazione tra équipe vicariale, lavoro interparrocchiale. I sacerdoti saranno chiamati a sviluppare  un’educazione e un’attitudine alla vita comune insieme ad una maggiore attenzione al dialogo, al confronto e allo studio ed una forte passione per l’accompagnamento spirituale;

4) Si mira a sviluppare un senso di corresponsabilità e appartenenza, che ha ha però bisogno di un “cuore” da cui ripartire sempre - costituito da preghiera quotidiana, ascolto, perdono e stima reciproca - e necessita anche di strumenti e organismi di partecipazione, come le équipe vicariali e i consigli pastorali, capaci di custodire e tessere la comunione ecclesiale promuovendo i carismi di tutti. 

La domanda che ci poniamo, come fedeli e parrocchiani, è: cosa succederà alla nostra Parrocchia? Ci saranno attività che non faremo più, verremo accorpati in un altra struttura? Dopo una prima lettura del documento possiamo tranquillizzare sul fatto che, perlomeno per il momento, non accadrà nulla del genere, per quanto si cercherà di fare fronte alle difficoltà organizzative. Il Patriarca ci sta chiedendo di mettere alla fede delle ali e di muoverle con i muscoli dell'amore, accettando e benedicendo l'idea che le nostre attività possano essere patrimonio di più comunità: per esempio, invece di avere un incontro dei giovani a Gazzera ed uno a Santa Barbara se ne organizzerà uno unico, con entrambe le comunità: una volta si terrà a Gazzera, un'altra volta a Santa Barbara, ma è solo un esempio. Il 4 Aprile si terrà un Consiglio Pastorale nel quale si cominceranno a gettare le basi sulle attività che possono essere condivise con altre parrocchie vicine, e in primis si parlerà di orari delle messe (che verranno verosimilmente cadenzati ed alternati tra sedi vicine) ed evangelizzazione di strada. 
 
Il nostro Parroco, don Guido, è stato sentito a caldo dopo aver ricevuto, giovedì santo, la lettera del Patriarca: "Cerchiamo di riflettere su questa articolata lettera e di parlarne assieme: ho convocato un consiglio Pastorale il 4 Aprile alle 20,45 per vedere assieme alle varie componenti della Parrocchia i cambiamenti e come affrontarli". Non è escluso che della lettera si parli già dalla riunione delle famiglie del giorno prima, 3 Aprile, e all'interno dei vari gruppi parrocchiali: un dibattito che coinvolgerà anche la cittadinanza, perchè sia consapevole di come sia l'apporto di ognuno a costruire quella che più volte abbiamo definito come "la casa di tutti": andiamo però inevitabilmente verso un concetto di "comunità" più allargato sotto il profilo geografico, ma nel quale ci sarà sempre ampio spazio per chi vorrà dare una mano a costruire.

Francesco Dal Corso (modificato 28/3)

COLLABORAZIONI PASTORALI,
UN PERCORSO INELUDIBILE
di Alessandro Polet* 

Il titolo - “Se la Chiesa non assume i sentimenti di Gesù” - è tratto da un passaggio del discorso che Papa Francesco ha rivolto nel novembre 2015 alla Chiesa italiana riunita a Firenze: “Se la Chiesa non assume i sentimenti di Gesù, si disorienta, perde il senso. Se li assume, invece, sa essere all’altezza della sua missione”. Un cammino comune, non più rinviabile. Nelle prime pagine mons. Moraglia fa riferimento all’icona evangelica dell’incontro di Gesù con la donna samaritana: esempio di dialogo e annuncio, episodio che mostra il “totale superamento delle idee religiose e dei luoghi comuni del tempo; nello stesso tempo Gesù non cede in nulla al relativismo come, in altre occasioni, mostrerà di non voler cedere al pensiero unico dominante dell’epoca”.

Si evidenziano subito i capisaldi della lettera: l’ecclesiologia di comunione che “pone al centro il popolo di Dio”; l’insostituibilità del ministero ordinato; la realtà sacramentale della Chiesa, “superando le ristrette visioni giuridiche e le riduttive letture sociopolitiche”; l’istanza missionaria (Chiesa “in uscita”) e lo stile “sinodale”. C’è un invito per tutti: “Siamo chiamati come Chiesa E particolare a grande umiltà, libertà e coraggio. Ci viene chiesto d’iniziare un processo pastorale non più procrastinabile tanto per noi, oggi, quanto per coloro che verranno dopo di noi, domani”. Un cammino non più eludibile o rinviabile, che coinvolge anche gli ambiti e le realtà pastorali forti (o che si considerano tali) e non solo le situazioni più deboli o fragili. Vincendo le opposte tentazioni di rimandare ancora o guardare solo al proprio orticello…Insieme: verso Gesù e la sua vita umile, disinteressata e beata. La lettera riprende i cinque verbi - uscire, annunciare, abitare, educare, trasfigurare - che sintetizzano l’esortazione apostolica Evangelii gaudium ed “hanno fornito la traccia per il Convegno della Chiesa italiana svoltosi a Firenze dove è risuonata la parola del Papa che ha delineato l’umanesimo cristiano per il nostro tempo a partire dalla figura umile, disinteressata e beata di Gesù”.

Questi verbi “costituiscono delle vie, dei veri e propri stili di vita ecclesiali che si intrecciano fra loro e sono destinati a segnare gli ambienti in cui viviamo”. Tre ambiti pastorali in particolare. Emerge così il cuore della questione e l’obiettivo del camminare insieme: “Dobbiamo pensare in concreto ad un’alleanza pastorale fra comunità parrocchiali, salvaguardando e potenziando quegli ambiti tuttora vitali della nostra azione pastorale e aprendoci a una collaborazione sincera, reale. Dobbiamo essere in grado di abitare gli spazi e i momenti della pastorale in atteggiamento sinodale, come Chiesa in cammino verso Gesù. Allo stesso modo, con cuore fraterno, attento alle debolezze delle comunità vicine e con rinnovato slancio missionario dobbiamo aprirci con fiducia alle collaborazioni interparrocchiali condividendo ambiti pastorali in cui, non da oggi, non riusciamo più ad essere evangelicamente significativi nella comunità ecclesiale e nel quartiere o paese in cui viviamo”.

Resta confermata l’attenzione verso i tre ambiti pastorali già indicati: educare e formare le nuove generazioni, la pastorale familiare (con particolare riguardo alle famiglie giovani o fragili), lo sguardo della Chiesa e della sua dottrina sociale per la “vita buona” dell’uomo. In ogni collaborazione pastorale un cuore pulsante: il “cenacolo”. Mons. Moraglia sollecita la riscoperta e la valorizzazione del dono del battesimo che chiama tutti i fedeli “a corresponsabilità, non solo in quanto collaboratori ed esecutori che si pongono come semplici uditori della Parola di Dio ma come coloro che sono chiamati ad annunciarla”. Si tratta di “deprivatizzare” il battesimo e rilanciare la carica missionaria che già contiene; in questo modo si potrà gioire della molteplicità e varietà di vocazioni all’interno della Chiesa, restituendo al ministero ordinato (del sacerdote) la sua specifica funzione. In ogni collaborazione pastorale il Patriarca chiede che si segua la logica e il metodo del “cenacolo”, “piccola comunità che vive una reale esperienza di Chiesa, una concreta formazione al discepolato che guarda all’imitazione di Cristo e alla comunità apostolica, che prega e s’impegna nella pastorale a partire dalla riscoperta grata del battesimo. Per una presenza efficace. Al cenacolo è essenziale che partecipino alcuni laici disposti ad impegnarsi, i consacrati, tutti i diaconi e i presbiteri che operano in quella porzione di Chiesa; in alcune occasioni si unirà a loro anche il vescovo. Lo scopo è realizzare quel soggetto evangelizzato ed evangelizzatore attraverso incontri e momenti in cui si possa crescere nella preghiera comune, nella spiritualità,nella conoscenza della fede, nella carità pastorale e, non da ultimo, nella fraternità”.

A partire da tale “cuore pulsante” si potrà “suscitare e vivere una presenza efficace della comunità cristiana sul territorio” attraverso servizi da avviare o potenziare: dall’accoglienza alla liturgia, dalla catechesi alla carità, dalla cultura e comunicazione ad altri ancora che emergeranno. Partire da obiettivi realizzabili, nella logica (evangelica) delle piccole cose. “Bisogna individuare ambiti specifici di vita pastorale e scegliere dove e come concretamente realizzarli. Non c’è una ricetta unica…”. Va tenuta conto “la storia di quel territorio e le sue caratteristiche o le esigenze della vita concreta di quelle comunità a cui si è mandati a vivere e annunciare il Vangelo. Partiamo da piccoli obiettivi, da cose semplici ma realizzabili, visibili e di cui si ha necessità”. Il Patriarca suggerisce anche che diventi stabile l’esperienza dell’evangelizzazione
di strada in quanto “dove questa iniziativa ha preso piede, si è potuto constatare l’azione potente dello Spirito di Gesù. Sarà una piccola cosa ma è un’esperienza che stupisce, sia chi propone sia chi riceve l’annuncio”.

Tentare nuove strade. Un richiamo, infine, alla concretezza e all’azione: “Non bisogna fermarsi alla pur doverosa analisi ma tentare nuove strade, costruire con umiltà, coraggio e concretezza, secondo la logica di Betlemme, di Nazareth e del cenacolo di Gerusalemme, ossia la logica delle piccole cose”. La lettera pastorale è stata pubblicata e distribuita da Marcianum Press; il Patriarca l'ha presentata ufficialmente durante la Messa del Crisma del 24 marzo, giovedì santo, nella basilica di S. Marco a Venezia. La lettera è stata lì consegnata a sacerdoti e diaconi, parrocchie e collaborazioni pastorali della Diocesi; nei giorni successivi sarà poi disponibile nelle librerie Studium di Venezia e San Michele di Mestre.

Alessandro Polet
(da: "Gente Veneta" - per gentile concessione)

PER RIAFFERMARE LA CENTRALITA' DELL'ANNUNCIO DEL VANGELO DI CRISTO
di don Angelo Pagan, Vicario generale

La lettera del Patriarca è indirizzata, parafrasando la Prima lettera dell’Apostolo Pietro, ai fedeli della Chiesa di Venezia, in quanto chiamati a essere pietre vive costruite in edificio spirituale, per un sacerdozio santo e per offrire sacrifici graditi a Dio, mediante Gesù Cristo. L’immagine della costruzione organica e il riferimento al popolo sacerdotale è parsa particolarmente espressiva per una lettera pastorale che raccoglie il frutto di quattro anni di incontri personali e comunitari, nelle parrocchie e nei vicariati e nei molteplici organi diocesani di partecipazione clericali e laicali, con cui si è perseguito un dialogo franco in spirito di cristiana fraternità, per una presenza missionaria della nostra Chiesa nel territorio che desse seguito a un cammino iniziato già col patriarca Marco – e da allora proseguito con crescente concretezza, anche con le prime collaborazioni pastorali volute dal patriarca Angelo – e che ci aveva lasciato quasi in eredità al termine del suo servizio di vescovo diocesano.A volte può essere sembrato – e qualcuno l’ha anche detto negli incontri, voglio credere più per ribadirne l’urgenza che per spirito rinunciatario – che da più di vent’anni si tornasse a parlare delle stesse cose, ma che non si fosse fatto granché. In realtà, passo dopo passo, senz’altro anche con errori – ma per non commettere errori bisognerebbe starsene alla finestra a guardare – si sono realizzati passi concreti: anche organizzativi (le unità pastorali e le comunità pastorali) ma soprattutto di approfondimento e appropriazione della realtà teologica comunionale di battesimo e ordine.
La nuova lettera pastorale, “Se la Chiesa non assume i sentimenti di Gesù”, è dunque una lettera sulle collaborazioni pastorali nel senso essenziale dell’espressione, perché guarda all’attuazione sempre più concreta del valore vocazionale del battesimo e alla Chiesa unico soggetto adeguato della evangelizzazione nel territorio particolare in quanto specificamente dotata di tutti i Carismi necessari nella peculiare realtà. La Chiesa per essenza è missionaria: Gesù Cristo – portando a compimento la logica sacramentale iniziata nella prima Alleanza – ha istituito la Chiesa perché l’annuncio del suo Vangelo fosse portato a tutte le genti, unendole al suo Corpo con il dono del battesimo. Così una Chiesa che non annunci il Vangelo di Cristo e non generi nuovi cristiani, cioè una Chiesa non missionaria, cesserebbe per ciò stesso di aver ragione di esistere. Riaffermare la logica missionaria della Chiesa implica tornare alla radice che connota tutti i cristiani: il battesimo su un piano di uguaglianza fondamentale, articolandolo quel battesimo nella sua dinamica con il sacerdozio “ministeriale”, cioè “di servizio” al sacerdozio battesimale perché questo possa schiudersi alla pienezza della propria specifica sacerdotalità. 

Il sacerdozio santo connota i fedeli battezzati come Popolo, non come singoli, perché il sacrificio gradito a Dio mediante Gesù Cristo non possa mai essere una questione di singoli: l’annuncio del Vangelo è compito di ciascun battezzato – sia egli laico o ordinato – ma sempre come missione del Popolo di Dio. La “collaborazione” quindi non è un elemento estrinseco,un metodo di lavoro, ma appartiene alla realtà del Popolo di Dio: nella comunione e con la comunione si annuncia
il Vangelo. Così, proprio quella realizzazione peculiarmente compiuta della comunione ecclesiale che è la Chiesa particolare è garanzia della possibilità di efficacia della missione perché “dove sono due o tre riuniti nel mio nome, io sono in mezzo a loro” (Mt 18, 20). Il desiderio, quindi, è che questa Lettera pastorale venga letta assieme nelle comunità parrocchiali e nei cenacoli di formazione delle collaborazioni pastorali, certi della presenza e guida del Signore se siamo riuniti nel suo nome. Una lettura della comunità ecclesiale per essere Chiesa missionaria oggi, raccogliendo con coraggio le sfide della contemporaneità, certi che il Vangelo di Gesù è l’unica parola che non mutando è sempre attuale per chiunque, anche per gli uomini più lontani e impensabili, perché è la risposta dell’Uomo all’umano.Da questa lettura comunitaria venga lo stimolo a rivalutare la nostra presenza missionaria, la nostra capacità di annuncio franco, di “parresia”, che si traduca anche nella necessaria riconsiderazione della nostra concreta presenza e attività, per non essere Chiesa prigioniera delle istituzioni ma libera di annunciare a tutti la Salvezza.

don Angelo Pagan, Vicario generale
(da: "Gente Veneta, per gentile concessione)

IL GAZZETTINO ANNUNCIA:
"ACCORPAMENTI DI PARROCCHIE": 

Così il principale quotidiano locale ha commentato, mercoledì 23 (un giorno prima della pubblicazione) la lettera del Patriarca, arrivando a parlare delle voci sui presunti accorpamenti che sarebbero in programma e che coinvolgerebbero - secondo il collega Alvise Sperandio - anche Santa Barbara: un ipotesi che ci lascia perlomeno perplessi, tenendo conto che si tratta dell'ottava parrocchia della Diocesi su 128 per numero di abitanti, che sfiorano (e presto supereranno di diverse centinaia, viste le nuove imponenti costruzioni di via Mattuglie) le settemila persone, oltre 3100 famiglie. La lettera, a quanto ci è dato capire, non menziona accorpamenti, e anzi rilancia il ruolo delle comunità come risorsa, cenacolo e base di evangelizzazione. 

Come ci ha annunciato giovedì 24 il Parroco, don Guido, sentito sull'argomento in serata, il tema delle collabotazioni pastorali verrà presto affrontato e discusso in un consiglio Pastorale che dovrebbe essere proposto nei primi giorni di Aprile, verosimilmente lunedì 7, in modo che il testo della lettera possa essere condiviso e approfondito con le varie componenti della Comunità. Seguiranno al più presto aggiornamenti, compreso il testo della lettera che contiamo di poter pubblicare integralmente nei prossimi giorni per poterne a nostra volta approfondire e divulgare i contenuti.


LE DIECI PARROCCHIE PIU' POPOLOSE DELLA DIOCESI: SANTA BARBARA E' L'OTTAVA DELLA DIOCESI (SU 128)


Editoriale

UN ANNO CON VOI

Alcune settimane fa, prima che il nostro sito compisse un anno di vita, ci è stato chiesto di riflettere sui toni con i quali la comunicazione deve occuparsi della fede e della divulgazione della Parola, con un giusto invito ad evitare trionfalismi ed eccesso di enfasi. Invito che naturalmente raccogliamo, essendoci ben chiari i limiti etici del mestiere di informare e di comunicare, ciò non di meno non possiamo evitare qualche considerazione e un doveroso ringraziamento con i quali spegniamo - assieme agli undicimila utenti che lo hanno frequentato  - questa prima candelina del nostro sito. 

La prima considerazione è un ringraziamento al Parroco, don Guido, che ha accolto il dono spontaneo del sito senza imporre alcun correttivo nè tantomeno censura allo stile editoriale che abbiamo adottato per portare fuori dal recinto di via Salvore e per valorizzare il meraviglioso lavoro che fanno, nel silenzio della modestia, decine di persone per rendere Santa Barbara una comunità viva, in grado di dar voce - come fece sessant'anni fa - ai bisogni di una comunità di oltre seimila persone. Bisogni che non si esauriscono con la fede e con la preghiera, ma che raggiungono altri ambiti della vita sociale ed educativa delle famiglie: c'erano, e ci sono tuttora, centinaia di persone che nemmeno sapevano dell'esistenza della Parrocchia, della scuola Materna, dei progetti caritativi, delle animazioni estive del Grest, delle mille iniziative.

Dopo un anno ci permettiamo di pensare  che qualcosa di buono sia stato fatto: non ci riferiamo alle 51.000 pagine visitate o alla storia della Parrocchia (che abbiamo contribuito a riscrivere e documentare fino a farla diventare un secondo sito autonomo e un libro), ma parliamo della possibilità che abbiamo dato a chi non ci conosceva o non può venire in parrocchia di arrivare a sapere in qualsiasi momento - e spesso in tempo reale - le varie iniziative e possibilità che la Parrocchia offre alle famiglie, ai ragazzi, a chi è in difficoltà. Sempre immodestamente, notiamo come sia la stessa Santa Sede a stimolare l'uso dei nuovi media e per questo ci siamo fatti avanti: perchè pensiamo (senz'altro immodestamente) che la fede oggi non solo debba utilizzare i nuovi strumenti ed adeguare ad essi il suo linguaggio, ma anche fare degli sforzi perchè questo linguaggio arrivi al cuore delle persone. Adeguando il linguaggio alla modernità, alla sintesi, ma senza tralasciare la possibilità di riflettere. Se il primo obbiettivo del sito era quello di informare, il secondo - più difficile - è far arrivare semplici parole di fede, che ognuno possa raccogliere nello spazio dei propri pensieri che si trova tra le emozioni e la coscienza, stimolando il desiderio di approfondirle.

Parlando di linguaggio, uno dei modi con i quali parliamo di fede, anche nel nostro sito, è la condivisione. Che non significa divulgazione, sebbene quest'ultima sia una conseguenza della condivisione: più condivido i miei pensieri, più facile è che essi circolino. Ma l'obbiettivo è diverso. Condividere è il primo atto di misericordia cristiana, è portare parte di sè al proprio prossimo. Se parliamo di un'iniziativa parrocchiale, sicuramente ci viene spontaneo condividerne la bellezza e la gioia, alla quale vorremmo far partecipare più persone possibili. Se valorizziamo il lavoro dei ragazzi del Grest, giusto per citare un esempio, non è per accendere dei riflettori di "visibilità", male del nostro tempo, ma è nel duplice scopo di premiarne il lavoro agli occhi più distratti, farne un esempio positivo che premi i più bravi ed incoraggi i meno bravi. Come succede, ad esempio, nello sport.

Don Sandro Vigani, direttore di Gente Veneta (settimanale diocesano che spesso citiamo e con il quale ci onoriamo di collaborare) ha più volte espresso pensieri riguardo al linguaggio delle relazioni e - in ultima analisi - della comunicazione. Ne citiamo due passi: "Usiamo spesso la parola ‘lontani’ per indicare quanti ci appaiono lontani dalla Chiesa e di conseguenza da Dio. In realtà quella parola indica solo la misura della nostra ‘lontananza’ dagli uomini. Nessuno è lontano dal cuore di Dio. Nessuno può essere lontano dal cuore della Chiesa. E se lo è, non devo interrogarmi sulla sua distanza dalla Chiesa, bensì sulla lontananza della Chiesa da lui." E, in un altra occasione: "Se soltanto avessimo il coraggio di aprire le finestre e le porte per far entrare l’aria fresca del mondo che da fuori ci guarda e ci sente lontani, probabilmente ci accorgeremmo che la nostra aria è viziata, sa di stantio, e faremmo a gara per correre fuori e respirare a pieni polmoni l’aria fresca dell’esistenza quotidiana della gente. Fuori c’è un mondo fatto di gente, gente concreta, che attende qualcuno che le dica una parola da parte di Dio, una parola di misericordia, cioè di vita."  

Ecco: pensiamo che il compito del sito possa essere proprio quello di veicolare queste parole. Ce le detterà il nostro Pastore, ce le detteranno la nostra esperienza, la nostra fede e il nostro amore. Se sbaglieremo, come disse un altro grande Papa amato da tutti, ci correggerete. E perdonerete. Grazie a tutti e buona lettura. 

La redazione web

Domenica 7 Febbraio ricorre la 38^ giornata per la Vita

"LA MISERICORDIA FA FIORIRE LA VITA": IL DOCUMENTO DEL CONSIGLIO EPISCOPALE

“Siamo noi il sogno di Dio che, da vero innamorato, vuole cambiare la nostra vita” . Con queste parole Papa Francesco invitava a spalancare il cuore alla tenerezza del Padre, “che nella sua grande misericordia ci ha rigenerati” (1Pt 1,3) e ha fatto  fiorire la nostra vita.

La vita è cambiamento L’Anno Santo della misericordia ci sollecita a un profondo cambiamento. Bisogna togliere “via il lievito vecchio, per essere pasta nuova” (1Cor 5,7), bisogna abbandonare stili di vita sterili, come gli stili ingessati dei farisei. Di loro il Papa dice che “erano forti, ma al di fuori. Erano ingessati. Il cuore era molto debole, non sapevano in cosa credevano. E per questo la loro vita era – la parte di fuori – tutta regolata; ma il cuore andava da una parte all’altra: un cuore debole e una pelle ingessata, forte, dura” . La misericordia, invero, cambia lo sguardo, allarga il cuore e trasforma la vita in dono: si realizza così il sogno di Dio.

La vita è crescita Una vera crescita in umanità avviene innanzitutto grazie all’amore materno e paterno: “la buona educazione familiare è la colonna vertebrale dell’umanesimo” . La famiglia, costituita da un uomo e una donna con un legame stabile, è vitale se continua a far nascere e a generare. Ogni figlio che viene al mondo è volto del “Signore amante della vita” (Sap 11,26), dono per i suoi genitori e per la società; ogni vita non accolta impoverisce il nostro tessuto sociale. Ce lo ricordava Papa Benedetto XVI: “Lo sterminio di milioni di bambini non nati, in nome della lotta alla povertà, costituisce in realtà l´eliminazione dei più poveri tra gli esseri umani” . Il nostro Paese, in particolare, continua a soffrire un preoccupante calo demografico, che in buona parte scaturisce da una carenza di autentiche politiche familiari. Mentre si continuano a investire notevoli energie a favore di piccoli gruppi di persone, non sembra che ci sia lo stesso impegno per milioni di famiglie che, a volte sopravvivendo alla precarietà lavorativa, continuano ad offrire una straordinaria cura dei piccoli e degli anziani. “Una società cresce forte, cresce buona, cresce bella e cresce sana se si edifica sulla base della famiglia” . È la cura dell’altro – nella famiglia come nella scuola – che offre un orizzonte di senso alla vita e fa crescere una società pienamente umana. ...

Consiglio Episcopale Permanente 
SCARICA QUI IL DOCUMENTO PDF OPPURE PRENDI IN CHIESA NELLO SPAZIO STAMPA 
IL NUMERO SPECIALE DI "NOI FAMIGLIA E VITA", SUPPLEMENTO DI AVVENIRE 

ALLA CHIESA SERVONI PIU' RELAZIONI ARTIGIANALI di don Sandro Vigani* (da: Gente Veneta)


A volte, a conclusione di qualche incontro ecclesiale (soprattutto quelli dei preti e dei laici ‘impegnati’), ho come la sensazione di aver partecipato ad un funerale. Il funerale della speranza! E’ come se ci si dimenticasse che la storia – quella della Chiesa e di ogni uomo – è storia di salvezza. Storia nella quale Dio è presente, il vento dello Spirito soffia forte e rimescola le carte, porta con prodigalità in giro per il mondo - non un mondo astratto, lontano, ma il luogo dove abita la nostra quotidiana esistenza – le sementi del regno. Lamentele, rivendicazioni, mormorazioni e critiche, sfiducia nella possibilità che la testimonianza possa davvero raggiungere l’uomo moderno, arringhe contro il relativismo, la mancanza di valori… E soprattutto lo scoraggiamento: quello che un po’ alla volta annichilisce, impedisce di muoversi, andare avanti, cambiare. Ci sentiamo sconfitti ‘a priori’, tanto che anche le cose buone delle quali si discute si perdono nel mare delle incertezze e delle frustrazioni. Quasi sempre, alla fine, spunta fuori, il documento. Il documento è una cosa strana, che sembra vivere di vita propria e dà la convinzione che un incontro sia riuscito. Chili, quintali di documenti che spesso ripetono con parole diverse le stesse cose e vengono letti soltanto dagli addetti ai lavori e da qualche altro di buona volontà. Ho l’impressione che questo accada perché l’appartenenza diventa col tempo un cerchio chiuso, fatto di parole, segni, simboli autoreferenziali, che non narrano più una vita, quella di una comunità che ha incontrato il bene più grande, Gesù, bensì una stanchezza ecclesiale. Si resta seduti sulle poltrone sgangherate delle proprie interpretazioni, al calduccio di stanze rassicuranti perché conosciute, aspettando che il sonno conduca all’oblio dei problemi. Se soltanto avessimo il coraggio di aprire le finestre e le porte per far entrare l’aria fresca del mondo che da fuori ci guarda e ci sente lontani, probabilmente ci accorgeremmo che la nostra aria è viziata, sa di stantio, e faremmo a gara per correre fuori e respirare a pieni polmoni l’aria fresca dell’esistenza quotidiana della gente. Fuori c’è un mondo fatto di gente, gente concreta, che attende qualcuno che le dica una parola da parte di Dio, una parola di misericordia, cioè di vita.

Usiamo spesso la parola ‘lontani’ per indicare quanti ci appaiono lontani dalla Chiesa e di conseguenza da Dio. In realtà quella parola indica solo la misura della nostra ‘lontananza’ dagli uomini. Nessuno è lontano dal cuore di Dio. Nessuno può essere lontano dal cuore della Chiesa. E se lo è, non devo interrogarmi sulla sua distanza dalla Chiesa, bensì sulla lontananza della Chiesa da lui. Occorre cambiare prospettiva, muoverci, costruire relazioni dove si rifletta e si comunichi la nostra umanità, segnata dall’incontro con Gesù. Ma il cambiamento, in questo scampolo di storia, non passa più soprattutto attraverso i convegni ecclesiali, le conferenze, le giornate di studio, la circolazione delle parole…

Ce lo diciamo spesso, ma poi continuiamo a percorrere le medesime strade, come se non ce ne fossero altre… o forse soltanto perché le strade nuove ci fanno paura. Il cambiamento passa attraverso le persone, la loro umanità, la nostra umanità, nella quale è custodito il misterioso incontro di Dio con l’uomo. Passa per quelle ‘relazioni artigianali’ alle quali fa spesso cenno papa Francesco: gli incontri quotidiani, nei luoghi reali dove le persone vivono la loro esistenza, intrisi di fatica, bellezza, reciprocità, ascolto, aiuto, conflitto… Le strutture, gli apparati, le ideologie, anche quelle religiose che sono le più resistenti, non cambiano se non cambiano le persone. Sole se accettiamo la sfida personale del cambiamento, anche le strutture ecclesiali orami ampiamente inadeguate (ferme a duecento anni fa, diceva il cardinal Martini poco prima di morire) a testimoniare Gesù alle donne e agli uomini del nostro tempo, potranno cambiare. Se cambia il nostro modo di incontrare la gente, se le nostre parole e soprattutto nostri gesti si riempiono di umanità e di vera misericordia… cambierà la Chiesa. Chi lo conosce, dice che papa Francesco non ami molto affidarsi alle strutture, quanto piuttosto fidarsi delle persone. Quanto ci fidiamo noi delle persone, a partire dai laici cristiani? E quanto invece le strutture – non parlo soltanto degli apparati della Chiesa ormai vecchi e stanchi, ma anche e soprattutto delle mura entro alle quali si è formata la nostra umanità, e un po’ alla volta si sono talmente alzate da costituire una barriera di difesa – ci confinano in una fissità che dà una sicurezza soltanto apparente e ci allontanano dalle persone e qualche volta anche da Dio.


Sandro Vigani (direttore del settimanale "Gente Veneta")

UNA DIVERTENTE "EREDITA'": 
SPETTACOLO PIACEVOLE E GARBATO, 
COMPLIMENTI E APPLAUSI PER  "LA MALCONTENTA".

Molto più che divertente: perfino esilarante e molto ben interpretata, questa "Eredità": spettacolo teatrale in due lunghi atti scritti da Ornella Marin e portato in scena Sabato sera 16 Gennaii dal gruppo“La Malcontenta” in una delle prime repliche di una serie che si prevede richiestissima. 

I bravissimi Teo Marolo (nel poliedrico ruolo principale di Antonio Buonumore, 50 pagine di copione solo per la sua parte), Alessandra Stevanato, Stefano Paladini, Ivan Chinellato, Michela Callegaro e gli altri undici componenti del cast hanno riempito di allegria e interpretazioni azzeccate il palco della Sala "Luciani" per quasi tre ore di spettacolo ricco di colpi di scena, battute e situazioni grottesche e mai volgari.  Il pubblico che ha gremito la sala ha dimostrato di apprezzare le gag comiche e le battute con frequenti applausi a scena aperta.

"Un po' sacrificata la scenografia rispetto agli spazi abituali" ci rivelerà alla fine uno stanchissimo Teo Marolo, in scena per tutta la durata della commedia, "questa piccola difficoltà ci ma costretti ad alcuni accorgimenti, modifiche al copione e a dover rimediare a qualche imprevisto in scena (del quale il pubblico non si è accorto), ma esibirsi qui è stato davvero incredibile, perchè abbiamo trovato un pubblico.. coinvolto con il quale è stato facile immedesimarsi, mettendo ancora più partecipazione. "

Lo spettacolo ha consentito di raccogliere fondi per dare sostegno al progetto “Giardino Fiorito”, finalizzato a rendere il giardino dell’ospedale L’Ospedale San Raffaele Arcangelo (Fatebenefratelli) di Venezia uno spazio verde nel quale sia possibile percepire sensazioni ed emozioni valorizzando la bellezza e il colore dei fiori, le essenze, le piante e gli arbusti aromatici. Auspicio del progetto, curato dal gruppo "Fatebenefratelli", è anche poter avere spazi a contatto della natura e percorsi accessibili e piacevoli per le persone in carrozzina, gli ospiti e i loro familiari. Un luogo dove anche le persone affette da disabilità (paralisi, demenza, morbo di Alzheimer…) possano godere del contatto con la natura in un contesto sicuro ed idoneo ad agevolarne il recupero psico-fisico ed il mantenimento e rafforzamento delle attività residue. 

SETTIMANA PER L'UNITA' DEI CRISTIANI: "C'E' UN CRISTO UNICO CHE URGE IN NOI"

«C'e un Cristo unico che urge nel cuore dei credenti e che e più importante di tutte le divisioni. Questo è il messaggio fondamentale dell'ecumenismo». Lo sottolinea I'incaricato diocesano per I'ecumenismo e il dialogo, don Marco Scarpa. Da lunedi 18 a lunedi 25 gennaio si vivrà la Settimana di preghiera per I'unita dei cristiani. Una Settimana ricchissima di eventi (il calendario completo nella pagina degli approfondimenti), con alcune sottolineature principali. II tema è "Chiamati per annunciare a tutti le opere meravigliose di Dio": «ll tema dell'annuncio e della missione - spiega don Scarpa - e centrale e unisce tutte le Chiese. L'ecumenismo nasce agli inizi del '900 proprio dalla sfida missionaria. Cioe da una consapevolezza: che credibilità abbiamo nell'annunciare Cristo se siamo divisi?». La seconda sottolineatura e sul destinatario dell'annuncio: tutti. «A Venezia siamo freschi reduci da quel fatto importante che e il documento sull'immigrazione firmato da tutte le Chiese. Tutti, cioè, sono destinatari di questo annuncio di salvezza; e noi cristiani ci sentiamo in dovere di accogliere e interloquire con tutti. Tutti nel mondo e tutti qui nel nostro territorio». Per questa ragione, inoltre, le offerte raccolte durante la Settimana serviranno per allestire una sala internet in Casa San Raffaele (accoglienza migranti a Mira, grazie alia Caritas) e per sostenere I'opera dei volontari che assistono, in Comune di Venezia, alcune decine di stranieri non ricompresi nei programmi di ospitalità. Le meraviglie di Dio, infine: «ll cuore di tutto - conclude don Scarpa - e che Dio fa cose meravigliose. E questo ha a che fare con il tema della misericordia, su cui le Chiese dialogheranno ancora a breve». Ecco, di seguito, gli appuntamenti di preghiera organizzati con il Consiglio locale delle Chiese Cristiane di Venezia:

Lunedi 18 gennaio ore 18.30: Chiesa di San Giorgio (Anglicani) Campo San Vio - Dorsoduro 729 - Venezia: con predicazione avventista; Ore 21.00: Duomo S. Stefano di Caorle: con predicazione luterana. Martedi 19 gennaio ore 18.30: Chiesa Valdese e Metodista, Castello, 5170 - Venezia: con predicazione battista ore 18.30 - Chiesa S. Pio X di Marghera: con predicazione ortodossa. Mercoledi 20 gennaio ore 18.30: Chiesa di S. Simeone profeta, S. Croce, 918 - Venezia: incontro animato dai ragazzi con predicazione valdese; Ore 21.00: Chiesa di San Pantalon - Venezia: incontro animate dai giovani nello stile di Taize con predicazione ortodossa. Giovedi 21 gennaio ore 18.30: Cattedrale ortodossa di "S. Giorgio dei Greci" - Venezia: celebrazione del Vespro ortodosso con predicazione cattolica e ortodossa; ore 21.00 - Chiesa di San Girolamo - Mestre: incontro animato dai giovani nello stile di Taize con predicazione ortodossa. Venerdi 22 gennaio ore 18.30: Basilica di San Marco - Venezia: con predicazione avventista e cattolica (interviene il Patriarca Francesco Moraglia). Sabato 23 gennaio ore 18.30: Chiesa Ortodossa Romena "S. Lucia", via Monte Plana, 35 - Mestre: preghiera del Vespro ortodosso con predicazione cattolica. Domenica 24 gennaio ore 11.00: Chiesa luterana, SS. Apostoli Cannaregio 4448 - Venezia: sing and pray con predicazione cattolica. Lunedi 25 gennaio ore 20.30: Chiesa di Malcontenta: con predicazione ortodossa. Le offerte raccolte durante questi momenti di preghiera saranno destinate aN'accoglienza degli immigrati. Negli stessi giorni sono in programma, inoltre, altri due distinti incontri: Giovedi 21 gennaio (ore 9.30-12.30) al Centro pastorale card. Urbani di Zelarino si terra un incontro di formazione per i sacerdoti del Patriarcato di Venezia sul tema "L'enciclica Laudato si' e la custodia del creato"; interverranno il prof. Alberto Peratoner (Chiesa cattolica), Evangelos Yfantidis (Archimandrita della Chiesa ortodossa) e Caterina Griffante (Pastora della Chiesa Valdese); Sabato 23 gennaio alle ore 18.30 (in collaborazione con la Chiesa ortodossa e la Chiesa luterana), nella chiesa di S. Antonio al Lido di Venezia ci sara una celebrazione eucaristica cattolica con predicazione luterana.

Tratto da GENTE VENETA, n. 2/2016

PAPA FRANCESCO AL CORPO DIPLOMATICO:
 "L'EUROPA CONTINUI AD ACCOGLIERE I MIGRANTI" di Ilaria Solaini*

Papa Francesco nel tradizionale discorso d'inizio d'anno al Corpo Diplomatico accreditato in Vaticano - 180 sono gli Stati che intrattengono relazioni diplomatiche con la Santa Sede - ha ricordato più volte la libertà religiosa garanzia per la pace e ha invitato a rimettere la persona al centro di tutte le decisioni politiche a tutti livelli.  Al centro del suo discorso la crisi migratoria, l'accoglienza dei profughi e la necessità di vincere le paure che questo massiccio fenomeno porta con sé: «Il fenomeno migratorio pone un serio interrogativo culturale - ha affermato il Papa -, al quale non ci si può esimere dal rispondere: l'accoglienza può essere dunque un'occasione propizia per una nuova comprensione e apertura di orizzonte, sia per chi è accolto, il quale ha il dovere di rispettare i valori, le tradizioni e le leggi della comunità che lo ospita, sia per quest'ultima, chiamata a valorizzare quanto ogni immigrato può offrire a vantaggio di tutta la comunità». Nella Sala regia di fronte ai diplomatici accreditati alla Santa Sede, il Papa è stato salutato dapprima dal decano del Corpo diplomatico Signor Armindo Fernandes do Espírito Santo Vieira, ambasciatore di Angola. Nel suo discorso, il Papa ha elencato gli accordi internazionali ratificati nel 2015, prova di “come la convivenza pacifica fra appartenenti a religioni diverse sia possibile, laddove la libertà religiosa è riconosciuta e l’effettiva possibilità di collaborare all’edificazione del bene comune, nel reciproco rispetto dell’identità culturale di ciascuno, è garantita”. Ricordate, tra le altre, le intese specifiche in materia fiscale firmate dalla Santa Sede con l’Italia e gli Stati Uniti d’America ma anche l’Accordo con il Ciad e Timor Est sullo statuto giuridico della Chiesa cattolica nel Paese, come pure l’Accordo ratificato con la Palestina e il Memorandum d’Intesa tra la Segreteria di Stato e il Ministero degli Affari Esteri del Kuwait. 

In estrema sintesi il Papa nel suo ampio discorso ha trattato diversi temi, a partire dalla libertà religiosa, strumento che assieme al dialogo garantisce la pace.

LIBERTA' RELIGIOSA
«Solo una forma ideologica e deviata di religione può pensare di rendere giustizia nel nome dell'Onnipotente, deliberatamente massacrando persone inermi, come è avvenuto nei sanguinari attentati terroristici dei mesi scorsi in Africa, Europa e Medio Oriente» ha affermato Francesco, ricordando il suo viaggio a Bangui per aprire in Africa la prima Porta Santa del Giubileo della Misericordia. "Laddove il nome di Dio è stato abusato per commettere ingiustizia, ho voluto ribadire, insieme con la comunità musulmana della Repubblica Centroafricana, che chi dice di credere in Dio dev'essere anche un uomo o una donna di pace, e dunque di misericordia, giacchè non si può mai uccidere nel nome di Dio".

FAMIGLIA
Tra i temi toccati dal Papa nel suo ampio discorso vi è certamente quello della centralità della famiglia, definita "scuola di misericordia". «Conosciamo - ha affermato Papa Francesco - le numerose sfide che la famiglia deve affrontare in questo tempo, in cui è «minacciata dai crescenti tentativi da parte di alcuni per ridefinire la stessa istituzione del matrimonio mediante il relativismo, la cultura dell’effimero, una mancanza di apertura alla vita» . E in particolare «dalla fraternità vissuta in famiglia, nasce (…) la solidarietà nella società», - ha ricordato ancora il Papa - che ci porta ad essere responsabili l’uno dell’altro. Ciò è possibile solo se nelle nostre case, così come nelle nostre società, non lasciamo sedimentare le fatiche e i risentimenti, ma diamo posto al dialogo, che è il migliore antidoto all’individualismo così ampiamente diffuso nella cultura del nostro tempo.

MIGRANTI
Un pensiero speciale Papa Francesco lo ha rivolto all'Europa, in particolare si è riferito in modo esplicito alla “grave emergenza migratoria che stiamo affrontando” e ha invitato a “discernerne le cause, prospettare delle soluzioni, vincere l’inevitabile paura che accompagna un fenomeno così massiccio e imponente”. "Rimarranno sempre indelebilmente impresse nelle nostre menti e nei nostri cuori le immagini dei bambini morti in mare, vittime della spregiudicatezza degli uomini e dell'inclemenza della natura", ha affermato con sdegno ricordando poi la "piaga della fame". "Milioni di bambini - ha denunciato Papa Francesco - ogni anno muoiono a causa di essa. Duole, tuttavia, constatare che spesso questi migranti non rientrano nei sistemi internazionali di protezione in base agli accordi internazionali".

TRAFFICO DELLE PERSONE
Il Papa nel discorso di fronte ai diplomatici accreditati in Vaticano è tornato sulla logica della scarto. «Laddove è impossibile una migrazione regolare» ha sottolineato Papa Francesco «i migranti sono spesso costretti a scegliere di rivolgersi a chi pratica la tratta o il contrabbando di esseri umani, pur essendo in gran parte coscienti del pericolo di perdere durante il viaggio i beni, la dignità e perfino la vita. In questa prospettiva, rinnovo ancora l’appello a fermare il traffico di persone, che mercifica gli esseri umani, specialmente i più deboli e indifesi». Quello che ha proposto Papa Francesco è “un impegno comune che rovesci decisamente la cultura dello scarto e dell’offesa della vita umana, affinché nessuno si senta trascurato o dimenticato e altre vite non vengano sacrificate per la mancanza di risorse e, soprattutto, di volontà politica”.

CORRUZIONE
Gran parte delle cause delle migrazioni ha ricordato Papa Francesco si potevano affrontare già da tempo. «Anche oggi, e prima che sia troppo tardi, molto si potrebbe fare per fermare le tragedie e costruire la pace. Ciò significherebbe però rimettere in discussione abitudini e prassi consolidate, a partire dalle problematiche connesse al commercio degli armamenti, al problema dell’approvvigionamento di materie prime e di energia, agli investimenti, alle politiche finanziarie e di sostegno allo sviluppo, fino alla grave piaga della corruzione». Non è mancato un invito all’Europa a non perdere i principi di umanità: “aiutata dal suo grande patrimonio culturale e religioso, abbia gli strumenti per difendere la centralità della persona umana e per trovare il giusto equilibrio fra il duplice dovere morale di tutelare i diritti dei propri cittadini e quello di garantire l’assistenza e l’accoglienza dei migranti”.

GRATITUDINE AI PAESI CHE ACCOLGONO,
ANCHE L'ITALIA

"Una particolare riconoscenza" è stata espressa da Papa Francesco "all'Italia, il cui impegno deciso ha salvato molte vite nel Mediterraneo e che tuttora si fa carico sul suo territorio di un ingente numero di rifugiati".

"Auspico - ha detto nel tradizionale discorso al Corpo Diplomatico - che il tradizionale senso di ospitalità e solidarietà che contraddistingue il popolo italiano non venga affievolito dalle inevitabili difficoltà del momento, ma, alla luce della sua tradizione plurimillenaria, sia capace di accogliere ed integrare il contributo sociale, economico e culturale che i migranti possono offrire". Il Papa ha poi definito "importante" che "le Nazioni in prima linea nell'affrontare l'attuale emergenza non siano lasciate sole, ed è altrettanto indispensabile avviare un dialogo franco e rispettoso tra tutti i Paesi coinvolti nel problema - di provenienza, di transito o di accoglienza - affinchè, con una maggiore audacia creativa, si ricerchino soluzioni nuove e sostenibili".

Ilaria Solaini - "Avvenire" (11/1)


Pranzo di Natale, ma anche mense, dormitori e aiuti

LA CHIESA DI VENEZIA PER I POVERI

Il Patriarca Francesco, quest’anno, per il pranzo di Natale, apre le porte della casa della diocesi ai poveri. E, infatti, il tradizionale momento di condivisione con i poveri della città promosso dal Patriarcato, quest’anno, non sarà presso la chiesa di San Girolamo a Mestre, ma al Centro pastorale Card. Urbani di Zelarino. «E' la sede del Patriarca in terraferma», spiega il vicario episcopale per i Servizi generali don Dino Pistolato. «Si è pensato che sarebbe stato più familiare poter accogliere i poveri nel luogo in cui il Patriarca solitamente accoglie e incontra le persone e i preti e dove tiene udienze. E questa, con i poveri, è l'udienza più importante».

Il pranzo di Natale non è un gesto formale. Il Pranzo di Natale, reso possibile grazie all'impegno dei volontari di Caritas e San Vincenzo Mestrina, non è un momento isolato bensì si inserisce in un'azione costante e concreta in favore dei più bisognosi da parte del Patriarcato. «Quello del pranzo natalizio non è un gesto formale. La sostanza sta infatti nell'input che il Patriarca Francesco ha dato fin dal suo arrivo, nel 2012, in favore dei poveri, attraverso precise scelte e linee pastorali diocesane», sottolinea il vicario episcopale.
Più di 60mila pasti in un anno. Non si tratta quindi di un episodio, ma piuttosto di un'azione complessiva, di un lavoro costante e continuo: «Basti citare alcuni dati, per rendere l'idea. Nel 2014 sono stati distribuiti dalle mense della Caritas e della San Vincenzo 64.455 pasti, con una media giornaliera di 207 pasti. E c'è poi l'ospitalità data dai vari dormitori, da quello aperto nel 2014 dal Patriarca Moraglia a Marghera e intitolato a Papa Francesco per proseguire con Betlemme, Casa San Raffaele e Betania: sempre nel 2014 sono state 16.921 le notti offerte ai senza tetto, che hanno così potuto trovare un conforto e un riparo rispetto all'abituale vita all'aperto.
Più di un milione di euro per le persone fragili. «E' un'azione complessa e articolata – prosegue – che richiede tante risorse. Anche perché la Caritas e la Curia, oltre ai servizi offerti mediante le mense e i dormitori, erogano anche dei contributi in denaro a chi è in difficoltà». Le cifre, sempre riferite al 2014, sono cospicue: «Parliamo di 721mila euro dalla Caritas, più altri 495mila euro direttamente dalla diocesi, destinati ai soggetti più fragili del nostro territorio e anche ad altre realtà e associazioni non rapportabili direttamente alla diocesi e che operano sempre nel campo delle marginalità. Sono risorse che solo in una certa parte vengono garantite dai fondi dell'8 per mille ».

Trenta appartamenti affittati a chi ne ha bisogno. Gli aiuti alle famiglie povere e agli anziani non sono solo in denaro e in servizi, ma comprendono anche, dove possibile, la disponibilità di alcuni alloggi. Quelle che fanno capo direttamente alla Curia «sono poco più di una settantina di realtà, tra negozi, terreni e appartamenti», riferisce don Pistolato. In particolare gli appartamenti sono una trentina e vengono affittati perlopiù a persone anziane e famiglie bisognose: «I canoni d'affitto sono pensati per venire incontro alle necessità di queste persone. Pochi sono gli immobili di pregio. E ci sono anche dei casi di morosità che vengono sempre valutati uno ad uno, attenti alla situazione particolare». Quanto ai lasciti testamentari, sono vincolati alla destinazioni indicate dal benefattore. Dai canoni d'affitto derivano, comunque, risorse utili che servono a sostenere tutte le molteplici attività della diocesi: non solo quelle caritatevoli, destinate ai poveri, ma anche le attività pastorali.

Il ridimensionamento della Curia, i servizi di carità sostenuti... «I canoni d'affitto sono parte delle risorse di cui dispone la diocesi e che servono alle varie attività. Pensiamo agli uffici di curia: alla catechesi, all'ufficio missionario, all'ufficio chiese ecc. Nel 2013 il Patriarca ha avviato un forte ridimensionamento della Curia, dismettendo la sede di Calle degli Albanesi, e riducendo drasticamente i budget degli uffici. Ci sono, comunque, collaboratori e dipendenti a cui va ogni mese va riconosciuto il giusto stipendio. L’attenzione, poi, è sempre volta a far sì che la diocesi possa affrontare con serenità tutti gli adempimenti istituzionali e pastorali. Il sistema dei servizi è ampio e richiede le corrispondenti risorse; pensiamo, ad esempio, al contributo per la pastorale delle carceri o a quello per i consultori diocesani e anche per Casa Famiglia San Pio X che si fa carico di situazioni particolari di mamme e bambini in difficoltà».

Si bussa alla Diocesi anche per cercare lavoro. «Ci sono attività e impegni da garantire - prosegue don Pistolato - anche in ordine alle posizioni lavorative di chi ci opera; certo, le richieste sono sempre eccedenti le risorse e qualcuno, in certi casi, ingenerosamente, si risente di non essere stato aiutato sufficientemente. Talora ci viene anche chiesto di trovare dei posti di lavoro a chi è in difficoltà e anche qui le domande sono sempre di più e di difficile soluzione… L’impegno c’è sempre, laddove è possibile, nel trovare soluzioni ma non sempre vi si può corrispondere. Tutto questo rientra nell'attenzione prioritaria che, con rinnovato impegno, la diocesi riserva alle persone, mediante molteplici risposte. E' il cuore della diocesi e del suo Patriarca, che fin dal suo arrivo ha voluto riservare un'attenzione del tutto particolare a chi è più in difficoltà, compiendo scelte diocesane concrete e strategiche proprio in tal senso».

Serena Spinazzi Lucchesi (da: Gente Veneta)

Domenica 15 si è svolto ai Salesiani l'incontro delle famiglie

COSTANZA MIRIANO: "IL PERDONO IN FAMIGLIA E' SUPERARE LE DIVERSITA' "
MORAGLIA: "DEPRIVATIZZARE IL MATRIMONIO"

Giornata ricca di stimoli, quella trascorsa dalle molte centinaia di famiglie presenti domenica15 novembre all'istituto Salesiano S.Marco e dedicata al tradizionale incontro  "Abc degli sposi e delle famiglie",  di fatto divenuto festa diocesana della famiglia: erano presenti il Patriarca di Venezia, Moraglia, il responsabile della Pastorale delle famiglie, don Danilo Barlese, ospite d'onore la giornalista di Rai Vaticano Costanza Miriano, autrice di alcuni libri tra i quali il celebre "Sposati e sii sottomessa", mamma di 4 figli e "moglie multitasking", perfetta icona delle donne del nuovo millennio. Costanza, rispondendo agli stimoli dei gruppi di lavoro formati al mattino tra i presenti, ha fornito una serie di stimoli e una chiave di lettura per rinsaldare le famiglie del nuovo millennio e renderle portatrici di dialogo ed evangelizzazione. "La fatica che fanno le famiglie a ritrovare il dialogo non deve essere indice di errore o di allarme, ma è la materia prima di cui sono fatte le relazioni, verso un'unione più vera." Si è parlato di 'Perdono' come parola chiave: secondo Costanza, perdono significa "superare il disagio, il disgusto che ci assale in certi momenti, accogliendosi con le proprie povertà: il matrimonio è solo il primo di una serie di impegni, di opportunità di inventare senza scivolare nella routine dell'incomunicabilità." Un compito che spetta solo alle donne? "Non necessariamente, ma non dimentichiamo che Dio affida l'umanità alla donna, come dice San Giovanni Paolo Secondo, e anche nel libro parlando di sottomissione alle donne intendo 'rinunciare a cambiare l'altro', perchè l'altro è la nostra croce,ma è anche il volto di Dio." Riprende e riassume i temi il Patriarca Moraglia, che esordisce dicendo che "il matrimonio deve essere deprivatizzato, non spersonalizzato": il legame da personale rischia, nella frenesia del nostro tempo, di diventare individualistico:  "Io non mi devo sposare per essere felice, ma per costruire un progetto, il che vuol dire che occorre saper affrontare le sconfitte, come fece Gesù Cristo..  Anche i parroci devono essere incoraggiati e coinvolti: "io aiuto il matrimonio quando aiuto altri a vivere il matrimonio.Diceva Santa Teresina di Lisieux: "Quando ascolto qualcuno, non faccio mai domande su come ciò che mi dice potrebbe portarmi dei vantaggi: mi interesso solo dell'altro.Ecco perchè" - conclude Moraglia - " dobbiamo recuperare il vocabolario della Fede: dobbiamo recuperare il senso della bellezza delle cose che annunciamo. Riscopriamo la risorsa della famiglia da oggetto a soggetto." Non è mancato un velo di tristezza, quando il Patriarca Moraglia ha ricordato le vittime di Parigi durante la S.Messa, concelebrata con don Danilo Barlese, don Morris Pasian, don Gianni Fassina, don Ottavio Trevisanato, don Angelo Munaretto e il diacono don Davide Rioda. A tutte le famiglie il Patriarca ha consegnato personalmente un oggetto ricordo della giornata. 

(Redazione web - fdc)

INTERVISTA A COSTANZA MIRIANO:
"EVANGELIZZATRICE IO? NO, E' STATA LA PROVVIDENZA"

Incontriamo Costanza Miriano durante una pausa della giornata dedicata alle famiglie, trascorsa all'istituto Salesiani. Ci eravamo presentati in mattinata, assieme alla collega di Gente Veneta, ma approfittando della vicinanza di Andrea e della nostra telecamera, abbiamo scambiato due battute sulla vera e propria missione di evangelizzazione familiare della quale Costanza ci ha dato testimonianza, traendo spunto dall'indicazione che anche Papa Francesco e il sinodo dei Vescovi ci hanno dato. Come può una laica, anche se "super" e "multitasking" come lei, adempiere a questo impegnativo compito? Ecco come ci ha risposto: gentile, disponibile e profonda, anche se il tempo che ci siamo rubati è stato un po' limitato. Ecco l'intervista realizzata dalla redazione web. Ci scusiamo per l'audio imperfetto, soprattutto nella prima parte dell'intervista, presa al volo in un corridoio purtroppo non molto tranquillo. Costanza gestisce anche un blog http://costanzamiriano.com, e a quanto abbiamo capito lo fa nottemtempo! Da seguire.

CERCATORI DI DIO, RIPARTE
LA FORMAZIONE PER 300 
UNIVERSITARI (E NON SOLO)

Avere più consapevolezza della propria fede. Questo l'obiettivo che vogliono raggiungere i percorsi di approfondimento proposti dalle tre case studentesche del Centro di Pastorale universitaria di Venezia: gli alloggi in laguna, a Santa Fosca e del Redentore alla Giudecca, e la Casa San Michele a Mestre. Cicli di incontri che muovono circa 300 persone tra studenti fuori sede, alloggiati nelle strutture, amici o colleghi universitari, guide adulte e persone comuni.

L'idea, il confronto. L'iniziativa – con il nome Cercatori di Dio – è nata 6 anni fa nella casa mestrina, allora affiliata al Duomo di San Lorenzo: una serie di incontri a cadenza quindicinale per una fascia d'età spesso trascurata dalle parrocchie, i giovani tra i 19 e i 30 anni. Un'esperienza esportata, l'anno scorso, alle altre strutture quando la residenza di Terraferma è entrata a far parte del Centro diocesano.

Temi diversi, ma impostazione comune a Santa Fosca e San Michele, dove gli incontri sono riservati agli studenti, mentre al Redentore si è scelto un format alternativo: incontri pubblici aperti anche alla comunità. È una catechesi sui generis. «Incontri – spiega Fosca Rosso, responsabile della casa mestrina – in cui non si cala una verità dall'alto, in cui la guida adulta accompagna i ragazzi in una delle piste scelte, nel dialogo e nell'approfondimento. Fondamentale per loro il confronto, che quest'anno avrà ancora più spazio. I ragazzi vogliono sapere cosa pensano su un tema i coetanei».

Le piste. “Venite e vedrete” il cammino proposto quest'anno a Santa Fosca: 9 le piste tra cui scegliere che vanno, ad esempio, da @ffettivamente, l'educazione all'amore e ai sentimenti, a Ripartire dalla grotta, sul tema dell'accoglienza, dal gruppo di preghiera In relazione con Gesù ai temi della libertà, della giustizia, della misericordia, dalla Redditio Symboli al libro dell'Esodo. Sei, invece, le piste proposte ai Cercatori di Dio: sulla misericordia, sull'Apocalisse, sull'Islam, sulla mistica della carne, e poi ancora un percorso artistico e un approfondimento sulla Laudato Si' di papa Francesco.

Proprio l'enciclica del pontefice è anche il tema scelto nella struttura al Redentore. «Qui però – spiega Fosca – gli incontri non si fanno in casa studentesca, ma in patronato, e sono aperti a tutti. Hanno avviato un'ottima collaborazione con la parrocchia, concretizzando quell'apertura alla comunità e al territorio che è tra gli obiettivi di questi percorsi. Siamo stati capaci di condividere questa esperienza bella con chi aveva voglia di mettersi in gioco con noi e non di tenercela, custodendola gelosamente».

I frutti. Col passare degli anni, infatti, il bacino d'utenza si è allargato. Nella struttura mestrina, ad esempio, arrivano ragazzi di Carpenedo o della Cipressina. Un'apertura al territorio che passa anche per le guide adulte, scelte in molti casi in accordo con altri uffici diocesani, la Scuola Biblica o la Pastorale per gli Stili di Vita.

«È uno dei frutti importanti di questo lavoro – continua la responsabile – l'altro è il riscontro che abbiamo dai ragazzi. Ci dicono di aver imparato delle cose, di essere più consapevoli della loro fede, di essere cresciuti in sapienza e in conoscenza».

E, un po' a sorpresa, tra le piste preferite dagli studenti c'è la lettura dei testi biblici. «È una cosa che prende molto – conclude Fosca – è la sete, la curiosità di leggere il testo nudo e crudo e di capirlo». Quest'anno con l'Apocalisse si aspettano domande a pioggia, come fu l'anno scorso per la Genesi.


Chiara Semenzato (da "GENTE VENETA", n.40/2015)


SUORE DELL'ASILO: IL LORO ISTITUTO
HA COMPIUTO 140 ANNI

Pochi giorni fa abbiamo festeggiato i 140 anni dalla fondazione dell'Istituto delle Suore Riparatrici del Cuore di Gesù. Ringraziamo il Signore per il dono delle suore: per la loro preghiera e per il prezioso lavoro che esse compiono nella chiesa in Italia e nel mondo intero. Lo ringraziamo in modo particolare per quanto le nostre suore fanno nella nostra scuola dell'infanzia e in tante altre attività importanti della vita della nostra comunità parrocchiale. 

Da ormai 16 anni il nostro Asilo Parrocchiale è infatti affidato alle Suore "Riparatrici del Sacro Cuore”, subentrate nel 1999 alle Suore di Maria Bambina (alla cui fondatrice Bartolomea Capinatio è, per questo motivo, intitolato l'Asilo). I loro compiti sono indirizzati principalmente all'insegnamento dell'educazione ai valori cristiani alla gioventù e quindi operano in particolar modo nelle scuole materne, insegnano catechismo nelle parrocchie e molte di loro sono inviate in missione, in India, Filippine, America Latina. La loro casa-madre è a Roma; li hanno studiato e si sono diplomate. La loro fondatrice, Isabella de Rosis (nel ritratto a fianco), è nata  il 3 giugno 1842 a Rossano Calabro (Cosenza). Visse, operò e morì a Napoli.  I suoi genitori Domiziano  e Gabriella Berlingeri appartenevano alle migliori famiglie di Rossano e di Crotone; Isabella sin da bambina era incline alla pietà, che riuscì a coltivare nonostante le difficoltà frapposte dall’ambiente familiare. A 10 anni entrò nel convitto del monastero di S. Chiara a Napoli, dove restò dal 1853 al 1860, completando così la sua formazione. A 19 anni, nel 1861, ritornò in famiglia, però con l’intento di abbracciare lo stato religioso, con l’opposizione dei genitori. Nel 1869, a 27 anni, Isabella entrò come postulante tra le Figlie della carità a Napoli e da lì trasferita a Parigi, che lasciò dopo due anni per motivi di salute. Dopo un breve periodo trascorso a Rossano, ritornò a Napoli per curarsi, mentre,  nel contempo, cercava di essere ammessa in qualche istituto religioso. Nella sua vana ricerca, maturò in lei l’idea di fondare un istituto di riparatrici, cominciando ad attuarla nel 1875; nel mese di ottobre, l’arcivescovo di Rossano mons. Pietro Cilento imponeva  il velo alle prime postulanti del nuovo istituto, che prese il nome di “Suore Riparatrici del Sacro Cuore”, al quale la fondatrice volle imprimere il carattere di riparazione, ma nel contempo anche di attività religiosa, educativa e caritativa. La prima grande prova che colpì la congregazione fu l’epidemia di colera del 1884, che colpì con violenza Napoli e la provincia e in parte tutto l’ex regno delle Due Sicilie. La situazione di Napoli città era particolarmente miserevole per il sussistere nel contesto urbano di grotte, fondaci, sotterranei, che nei quartieri popolari e poveri, davano un triste spettacolo di squallore, di miseria, con strade sporche e buie, case cadenti, mortalità infantile e malattie infettive elevate; ma soprattutto per la mancanza di una adeguata rete di distribuzione dell’acqua potabile.  Negli anni intorno al 1890, il morbo fu debellato, grazie a quello che fu storicamente chiamato “Risanamento”. Ma nel 1884 e anni seguenti, i morti furono molti, e anche le Suore Riparatrici del S. Cuore si ridussero ai minimi termini: la stessa fondatrice madre Isabella De Rosis fu colpita dal colera riuscendo però  a guarire. Rimessasi in salute, riprese la sua opera con maggiore impegno di prima, fondando sulla collina del Vomero un grandioso santuario, poi ceduto ai salesiani e oggi parrocchia salesiana del Sacro Cuore. La congregazione, passata la bufera, prese incremento e si estese in tutte le regioni dell’Italia Meridionale, giungendo anche in America Latina. Il 2 luglio 1906 fu emanato dalla Santa Sede il decreto per il suo riconoscimento. Nel 1909,  madre Isabella De Rosis subiva un’altra grave prova: un visitatore apostolico inviato da Roma per un controllo fu abbastanza severo con la fondatrice chiedendone non solo le dimissioni, ma anche la destituzione e la relegazione. Madre Isabella che, pur erede di un ricco patrimonio, si era distaccata da tutto, per offrirsi come vittima di olocausto al S. Cuore di Gesù, sentendosi ispirata a riparare le offese che il Signore riceve dai peccatori e a perpetuare nella Chiesa lo spirito di riparazione, accettò di vivere ed offrire al Signore una lunga serie di umiliazioni, amarezze, incomprensioni e  sofferenze, che ne minarono le forze. Ricolma di meriti rendeva la sua anima a Dio l’11 agosto 1911 a Napoli, all’età di 69 anni; fu tumulata provvisoriamente nel cimitero cittadino di Poggioreale e poi da lì nella chiesa dell’istituto, situato nel panoramico Corso Vittorio Emanuele. La fama della sua santità e le grazie dispensate mossero l’arcivescovo di Napoli, card. Alessio Ascalesi, ad aprire nel 1934 il processo diocesano per la sua beatificazione, che chiuso dopo 20 anni, procede nelle fasi finali presso la congregazione romana per le cause dei santi.

SINODO. GUARDARE LA FAMIGLIA CON LO SGUARDO DI GESU'
di Stefania Falasca*


Un percorso sinodale, un itinerario ecclesiale: dall’extra omnes al compelle intrare. Forse si potrebbe riassumere così il lavoro dei tredici Circuli minores, che ieri hanno concluso il confronto aperto sulla prima parte dell’Instrumentum laboris, il documento base dell’assemblea ordinaria sulla famiglia. Il lavoro di «aggiornamento» frutto del dibattito e del collazionare le diverse realtà culturali ed ecclesiali sullo stesso tema, è stato certamente un apporto di ricchezza, condiviso dai padri. E così il Sinodo ora si presenta, nonostante tutte le inevitabili forzature mediatiche, essenzialmente come evento ecclesiale, che vuole porsi sotto il primato del Vangelo e guidato dallo Spirito Santo. Mantenendo quindi intatta la sua caratteristica peculiare legata non tanto al tema in discussione, ma al metodo adottato su insistenza di papa Francesco: libertà di interventi, discussione franca, confronto fraterno, ascolto reciproco. I padri sinodali hanno fatto confluire al Sinodo il loro pensiero di vescovi e pastori ma, proprio per questo, hanno cercato di farsi anche eco delle diversità e del fermento suscitati nelle Chiese locali.

«Il dibattito, il dialogo è importante all’interno dei Circoli, ritengo che questo sia un processo sano, è il metodo della Chiesa che ci porta alla comunione», ha detto nel corso del briefing di ieri il presidente della Conferenza episcopale degli Stati Uniti Kurtz. Al quale ha fatto eco l’arcivescovo di Madrid Carlos Osoro Sierra: «Nessuno ci sta dicendo quello che dobbiamo dire». Questo ha fatto emergere l’esigenza di un parlare della famiglia non in termini astratti o idealizzati, l’imparare a leggere i segni dei tempi, ad usare un linguaggio positivo, comprensibile e che favorisca l’incontro e la prossimità con i contemporanei. E quindi non a un ripiegamento sul «così si è sempre fatto», dove il «sempre» indica a volte solo qualche generazione di credenti e non raggiunge mai la variopinta diversità delle comunità ecclesiali sorte dal crogiolo del Mediterraneo e diffusesi fino ai confini della terra, né tanto meno il parlare e l’agire di Gesù di Nazaret.

E proprio la necessità di un linguaggio semplice, comprensibile e attraente sul modello di Cristo è stato evocato come una necessità dai padri sinodali. Il nodo è infatti questo: narrare alla famiglia umana l’immutabile buona notizia del messaggio cristiano con parole, gesti, atteggiamenti, cioè con un linguaggio di vita in grado di parlare al cuore e alla mente degli uomini e delle donne di oggi, di riscaldare quei cuori. E guardare alle singole persone e alle realtà delle famiglie con lo sguardo che aveva Gesù, che si interessava prima della loro vita e poi, chiamando per nome il peccato, annunciava al peccatore il perdono e la misericordia di Dio, di quel «Padre suo» che non vuole la condanna del peccatore ma che questi si converta e viva in pienezza. Perché è solo in questo sguardo conforme allo sguardo del Figlio di Dio che sta la capacità della Chiesa di essere oggi «esperta in umanità» e di essere profezia nel mondo.     


Stefania Falasca (*da"Avvenire")
DALL'UDIENZA GENERALE DI MERCOLEDI' 7,
SUA SANTITA' TORNA SUL TEMA DELLA FAMIGLIA

"Cari fratelli e sorelle, buongiorno! Da pochi giorni è iniziato il Sinodo dei Vescovi sul tema “La vocazione e la missione della famiglia nella Chiesa e nel mondo contemporaneo”. La famiglia che cammina nella via del Signore è fondamentale nella testimonianza dell’amore di Dio e merita perciò tutta la dedizione di cui la Chiesa è capace. Il Sinodo è chiamato ad interpretare, per l’oggi, questa sollecitudine e questa cura della Chiesa. Accompagniamo tutto il percorso sinodale anzitutto con la nostra preghiera e la nostra attenzione. E in questo periodo le catechesi saranno riflessioni ispirate da alcuni aspetti del rapporto – che possiamo ben dire indissolubile! – tra la Chiesa e la famiglia, con l’orizzonte aperto al bene dell’intera comunità umana. 

Uno sguardo attento alla vita quotidiana degli uomini e delle donne di oggi mostra immediatamente il bisogno che c’è ovunque di una robusta iniezione di spirito famigliare. Infatti, lo stile dei rapporti – civili, economici, giuridici, professionali, di cittadinanza – appare molto razionale, formale, organizzato, ma anche molto “disidratato”, arido, anonimo. Diventa a volte insopportabile. Pur volendo essere inclusivo nelle sue forme, nella realtà abbandona alla solitudine e allo scarto un numero sempre maggiore di persone. Ecco perché la famiglia apre per l’intera società una prospettiva ben più umana: apre gli occhi dei figli sulla vita – e non solo lo sguardo, ma anche tutti gli altri sensi – rappresentando una visione del rapporto umano edificato sulla libera alleanza d’amore. La famiglia introduce al bisogno dei legami di fedeltà, sincerità, fiducia, cooperazione, rispetto; incoraggia a progettare un mondo abitabile e a credere nei rapporti di fiducia, anche in condizioni difficili; insegna ad onorare la parola data, il rispetto delle singole persone, la condivisione dei limiti personali e altrui. E tutti siamo consapevoli della insostituibilità dell’attenzione famigliare per i membri più piccoli, più vulnerabili, più feriti, e persino più disastrati nelle condotte della loro vita. Nella società, chi pratica questi atteggiamenti, li ha assimilati dallo spirito famigliare, non certo dalla competizione e dal desiderio di autorealizzazione.

Ebbene, pur sapendo tutto questo, non si dà alla famiglia il dovuto peso – e riconoscimento, e sostegno – nell’organizzazione politica ed economica della società contemporanea. Vorrei dire di più: la famiglia non solo non ha riconoscimento adeguato, ma non genera più apprendimento! A volte verrebbe da dire che, con tutta la sua scienza, la sua tecnica, la società moderna non è ancora in grado di tradurre queste conoscenze in forme migliori di convivenza civile. Non solo l’organizzazione della vita comune si incaglia sempre più in una burocrazia del tutto estranea ai legami umani fondamentali, ma, addirittura, il costume sociale e politico mostra spesso segni di degrado – aggressività, volgarità, disprezzo… –, che stanno ben al di sotto della soglia di un’educazione famigliare anche minima. In tale congiuntura, gli estremi opposti di questo abbrutimento dei rapporti – cioè l’ottusità tecnocratica e il familismo amorale – si congiungono e si alimentano a vicenda. Questo è un paradosso. La Chiesa individua oggi, in questo punto esatto, il senso storico della sua missione a riguardo della famiglia e dell’autentico spirito famigliare: incominciando da un’attenta revisione di vita, che riguarda sé stessa. Si potrebbe dire che lo “spirito famigliare” è una carta costituzionale per la Chiesa: così il cristianesimo deve apparire, e così deve essere. E’ scritto a chiare lettere: «Voi che un tempo eravate lontani – dice san Paolo – […] non siete più stranieri né ospiti, ma concittadini dei santi e familiari di Dio» (Ef 2,19). La Chiesa è e deve essere la famiglia di Dio.

Gesù, quando chiamò Pietro a seguirlo, gli disse che lo avrebbe fatto diventare “pescatore di uomini”; e per questo ci vuole un nuovo tipo di reti. Potremmo dire che oggi le famiglie sono una delle reti più importanti per la missione di Pietro e della Chiesa. Non è una rete che fa prigionieri, questa! Al contrario, libera dalle acque cattive dell’abbandono e dell’indifferenza, che affogano molti esseri umani nel mare della solitudine e dell’indifferenza. Le famiglie sanno bene che cos’è la dignità del sentirsi figli e non schiavi, o estranei, o solo un numero di carta d’identità.

Da qui, dalla famiglia, Gesù ricomincia il suo passaggio fra gli esseri umani per persuaderli che Dio non li ha dimenticati. Da qui Pietro prende vigore per il suo ministero. Da qui la Chiesa, obbedendo alla parola del Maestro, esce a pescare al largo, certa che, se questo avviene, la pesca sarà miracolosa. Possa l’entusiasmo dei Padri sinodali, animati dallo Spirito Santo, fomentare lo slancio di una Chiesa che abbandona le vecchie reti e si rimette a pescare confidando nella parola del suo Signore. Preghiamo intensamente per questo! Cristo, del resto, ha promesso e ci rincuora: se persino i cattivi padri non rifiutano il pane ai figli affamati, figuriamoci se Dio non darà lo Spirito a coloro che – pur imperfetti come sono – lo chiedono con appassionata insistenza (cfr Lc 11,9-13)!"

Papa Francesco
"NO ALLA PENA DI MORTE!": FORTE
APPELLO AL CONGRESSO AMERICANO

Citando l’Inno americano davanti al Congresso statunitense, a Washington, giovedì Papa Francesco ha iniziato il più atteso dei suoi discorsi americani, accolto da un’ovazione e interrotto più volte dagli applausi dei politici americani. I temi della libertà, dei diritti umani - comprese la richiesta d’abolizione della pena di morte e il rinnovo di quella di fermare il commercio delle armi - e i sogni sono stati, insieme agli appelli al dialogo, il cuore del discorso. Inevitabile anche un passaggio sulla famiglia, visto che Francesco chiuderà la sua lunga visita americana a Filadelfia, sabato e domenica, proprio per l’Incontro Mondiale delle Famiglie. Il Pontefice ha ricordato come il nucleo domestico sia stato «essenziale» nella costruzione del Paese, ma che ora «è minacciato, forse come mai in precedenza, dall’interno e dall’esterno». «Relazioni fondamentali sono state messe in discussione, come anche la base stessa del matrimonio e della famiglia - ha ribadito - Io posso solo riproporre l’importanza e, soprattutto, la ricchezza e la bellezza della vita familiare». 

A Central Park e a Ground Zero

"LA VITA TRIONFI SUI
PROFETI DI DISTRUZIONE

E' stato accolto sulle note di "New York, New York" Papa Francesco al Jfk, l'aeroporto principale della Grande Mela. Da qui è decollato a bordo di un elicottero alla volta di Manhattan per la celebrazione dei Vespri nella cattedrale di St.Patrick, sulla Fifth Avenue. Arrivato davanti alla cattedrale di San Patrizio, Francesco è sceso dalla 'papamobile' ed è stato accolto dal sindaco di New York Bill de Blasio e dal governatore dello stato Andrew Cuomo, con cui ha anche scambiato una battuta in italiano. Scena commovente all'ingresso del Papa  nella cattedrale di San Patrizio. Il Pontefice si è avvicinato ad una bambina afroamericana su una sedia a rotelle e l'ha abbracciata. La bimba ha pianto per l'emozione davanti allo sguardo altrettanto commosso di Bergoglio.

Grande emozione al Central Park, nel cuore di Manhattan, dove sono almeno 80 mila le persone che hanno regalato a Papa Francesco uno spettacolare bagno di folla, il piu' imponente della sua visita negli Usa. Il corteo papale, arrivato da Harlem, ha attraversato il parco da nord a sud. Imponenti e senza precedenti le misure di sicurezza. Papa Francesco arriva in visita alla scuola "Nostra Signora Regina degli Angeli", ad Harlem, frequentata per lo più da ragazzi di famiglie immigrate, e anche qui ricorda Martin Luther King, l'eroe dei diritti civili degli afroamericani. "Molto vicino a qui - spiega - c'è una via molto importante con il nome di una persona che ha fatto tanto bene per gli altri, e che voglio ricordare con voi". "Mi riferisco al Pastore Martin Luther King. Egli un giorno disse: 'Ho un sogno' - ricorda a proposito del celebre discorso 'I have a dream' -. Sognò che tanti bambini, tante persone avrebbero avuto uguaglianza di opportunità. Sognò che tanti bambini come voi avrebbero avuto accesso all'educazione. E' bello avere dei sogni e poter lottare per essi". Di Martin Luther King il Papa aveva parlato anche ieri nel discorso al Congresso Usa, a Washington.

Nel Memoriale di Ground Zero, papa Francesco partecipa a un incontro di preghiera per la commemorazione e la pace, insieme ai rappresentanti delle altre religioni, tra cui un rabbino e un imam di New York, e anche esponenti delle altre confessioni cristiane, indù, buddisti, sikh. Prima dell'incontro interreligioso, al suo arrivo presso la fontana sud, oltre a raccogliersi in preghiera, ha deposto una corona di fiori. Quindi, in presenza dell'ex sindaco Michael Bloomberg, ha salutato 20 familiari di soccorritori caduti l'11 settembre.

"Questo luogo di morte si trasforma anche in un luogo di vita, di vite salvate, un canto che ci porta ad affermare che la vita è sempre destinata a trionfare sui profeti della distruzione, sulla morte, che il bene avrà sempre la meglio sul male, che la riconciliazione e l'unità vinceranno sull'odio e sulla divisione". Così il Papa a Ground Zero.

"Spero che la nostra presenza qui sia un segno potente delle nostre volontà di condividere e riaffermare il desiderio di essere forze di riconciliazione, forze di pace e giustizia in questa comunità e in ogni parte del mondo", ha detto il Papa nell'incontro interreligioso al Memorial di Ground Zero, cui partecipano anche esponenti ebrei e musulmani.

"Abbiamo bisogno di bandire i nostri sentimenti di odio, di vendetta, di rancore", ha detto il Pontefice a Ground Zero. "Chiediamo al cielo il dono di impegnarci per la causa della pace - ha affermato nell'incontro interreligioso -. Pace nelle nostre case, nelle nostre famiglie, nelle nostre scuole, nelle nostre comunità. Pace in quei luoghi dove la guerra sembra non avere fine. Pace sui quei volti che non hanno conosciuto altro che dolore. Pace in questo vasto mondo che Dio ci ha dato come casa di tutti e per tutti. Soltanto, pace".

Il discorso alle Nazioni Unite

"CASA, LAVORO TERRA 
PER TUTTI. BASTA GUERRE, NEGAZIONE DI TUTTI I DIRITTI" 

Papa Francesco all'Onu è stato ricevuto dal segretario generale delle Nazioni Unite, Ban Ki-Moon. Due bambini hanno accolto con un mazzo di fiori il Pontefice all'ingresso del Palazzo di Vetro dell'Onu. Sono Emile e Maxime Antoine Laberge, rispettivamente di sette e sei anni, canadesi, figli di un membro della missione di pace delle Nazioni Unite ad Haiti morto durante il terremoto del 2010. 

"La riforma e l'adattamento ai tempi sono sempre necessari, progredendo verso l'obiettivo finale di concedere a tutti i Paesi, senza eccezione, una partecipazione e un'incidenza reale ed equa nelle decisioni": così Francesco all'Onu, sostenendo la necessità di riforma del Consiglio di Sicurezza e degli organismi finanziari. "L'esperienza di questi 70 anni, al di là di tutto quanto è stato conseguito - ha affermato il Pontefice -, dimostra che la riforma e l'adattamento ai tempi sono sempre necessari, progredendo verso l'obiettivo finale di concedere a tutti i Paesi, senza eccezione, una partecipazione e un'incidenza reale ed equa nelle decisioni". "Tale necessità di una maggiore equità - ha proseguito -, vale in special modo per gli organi con effettiva capacità esecutiva, quali il Consiglio di Sicurezza, gli Organismi finanziari e i gruppi o meccanismi specificamente creati per affrontare le crisi economiche". "Questo - ha aggiunto - aiuterà a limitare qualsiasi sorta di abuso o usura specialmente nei confronti dei Paesi in via di sviluppo. Gli organismi finanziari internazionali devono vigilare in ordine allo sviluppo sostenibile dei Paesi e per evitare l'asfissiante sottomissione di tali Paesi a sistemi creditizi che, ben lungi dal promuovere il progresso, sottomettono le popolazioni a meccanismi di maggiore povertà, esclusione e dipendenza".

Sono due le emergenze delineate da Francesco all'Onu: la protezione dell'ambiente e la fine dell'esclusione sociale. Il Papa ha parlato di "ampi settori senza protezione" nel mondo, vittime "di un cattivo esercizio del potere": "l'ambiente naturale e il vasto mondo di donne e uomini esclusi". "Due settori intimamente uniti tra loro", che la politica e l'economia "hanno trasformato in parti fragili della realtà". Per questo, "è necessario affermare con forza i loro diritti, consolidando la protezione dell'ambiente e ponendo termine all'esclusione".

"I governanti devono fare tutto il possibile affinché tutti possano disporre della base minima materiale e spirituale per rendere effettiva la loro dignità e per formare e mantenere una famiglia", così il Papa all'Onu. "Questo minimo assoluto, a livello materiale ha tre nomi: casa, lavoro e terra; e un nome a livello spirituale: libertà dello spirito". Per Francesco, la "libertà dello spirito" "comprende la libertà religiosa, il diritto all'educazione e gli altri diritti civili". "La difesa dell'ambiente e la lotta contro l'esclusione esigono il riconoscimento di una legge morale inscritta nella stessa natura umana, che comprende la distinzione naturale tra uomo e donna e il rispetto assoluto della vita in tutte le sue fasi e dimensioni", ha detto papa Francesco all'Onu citando passi della sua enciclica Laudato si'. "La guerra è la negazione di tutti i diritti e una drammatica aggressione all'ambiente. Se si vuole un autentico sviluppo umano integrale per tutti, occorre proseguire senza stancarsi nell'impegno di evitare la guerra tra le nazioni e tra i popoli", ha detto papa Francesco nel suo discorso all'assemblea generale dell'Onu.

"Alzo la mia voce" per "soluzioni urgenti ed efficaci": "l'adozione dell'Agenda 2030 per lo Sviluppo Sostenibile' durante il Vertice mondiale che inizierà oggi stesso, è un importante segno di speranza. Confido anche che la Conferenza di Parigi sul cambiamento climatico raggiunga accordi fondamentali ed effettivi", ha detto ancora il Papa. Un lungo applauso ha salutato la fine del discorso di Papa Francesco all'Onu. I leader della terra si sono alzati in piedi e tributato al Pontefice una prolungata "standing ovation".

Il Papa a Cuba

L'ABBRACCIO DEGLI STATES
PER PAPA FRANCESCO

 "Grazie per il grande dono della speranza": cosi' Barack Obama a Papa Francesco durante la cerimonia alla Casa Bianca con la quale il presidente Usa ha accolto Papa Francesco arrivato negli Usa dopo aver visitato Cuba. Un grazie "non solo per il ruolo, ma per le qualita' uniche come persona. Nella umilta', semplicita', nella dolcezza delle parole e la generosita' dello spirito vediamo in lei un esempio vivente degli insegnamenti di Gesu'". "Lei ci ricorda come il piu' potente messaggio di Dio e' la misericordia - ha detto Barack Obama rivolgendosi a Papa Francesco -. E questo significa accogliere lo straniero con empatia e col cuore realmente aperto, che si tratti di rifugiati che fuggono da terre lacerate dalla guerra o immigrati che lasciano la loro casa in cerca di una vita migliore". "Le siamo grati per l'impagabile sostegno dato al nostro 'nuovo inizio' con il popolo cubano", ha detto poi il presidente Usa a papa Francesco durante la cerimonia alla casa Bianca. E' arrivata tutta la famiglia Obama, con il presidente Barack, la first lady Michelle e le figlie Malia e Sasha ad accogliere papa Francesco al suo atterraggio a Washington, alla base militare di Andrews, proveniente da Cuba. Lunga la stretta di mano fra il Pontefice e il presidente americano, che lo ha accolto sotto la scaletta dell'aereo. Francesco ha stretto la mano anche a Michelle e alle due figlie. Tutti visibilmente emozionati e sorridenti.  

(da: "Avvenire" e ANSA) 

La storica visita di Francesco a Cuba

STORICO INCONTRO 
CON FIDEL CASTRO,
LEADER DELLA RIVOLUZIONE CUBANA

Alla fine l'incontro c'è stato. Papa Francesco ha incontrato Fidel Castro, poco dopo la messa celebrata in Plaza de la Revolucion a l'Avana, la stessa delle grandi adunate celebre per il ritratto di Che Guevara. "Un incontro in un clima familiare e informale favorito anche dalla lingua comune" ha detto il portavoce vaticano, padre Federico Lombardi. La visita è durata circa 30-40 minuti ed è avvenuta nell'abitazione dell'anziano leader della rivoluzione cubana, Fidel Castro, oggi 89enne. Tra i circa 15 familiari presenti all'incontro, anche la moglie di Castro. L'incontro con Fidel Castro "La conversazione tra il Papa e Fidel ha riguardato i temi della riflessione e del magistero di Francesco sull'umanità, il suo futuro, la situazione mondiale oggi, la crisi ambientale", ha spiegato Lombardi. "Un dialogo informale tra due persone - ha aggiunto - favorito anche dalla lingua comune, mentre quando tre anni fa Castro incontrò Benedetto XVI nella nunziatura a L'Avana fu più lui a rivolgere delle domande al Papa". Allora Castro chiese anche al Pontefice di consigliargli dei libri sulla religione: memore di quella richiesta - che Ratzinger comunque allora esaudì inviando dei testi al 'lider maximo' - ora anche Francesco ha voluto portare in dono dei volumi.  
(Da Rainews 24)

La storica visita di Francesco a Cuba

L'AVANA ACCOGLIE PAPA FRANCESCO

Papa Francesco ha incontrato all'Avana l'anziano leader della rivoluzione cubana Fidel Castro. Lo ha riferito il direttore della sala stampa vaticana, padre Federico Lombardi E lo riporta l'ANSA nel proprio sito. L'incontro, durato circa 30-40 minuti, è avvenuto nella residenza di Fidel Castro, alla presenza dei familiari dell'anziano leader - una quindicina di persone -, mentre il Papa era accompagnato dal nunzio apostolico a Cuba, mons. Giorgio Lingua, e da altre persone del seguito.

Papa Francesco è giunto, a bordo della "papamobile" aperta, alla cattedrale dell'Immacolata Concezione e San Cristobal dell'Avana, dove celebra i Vespri con i sacerdoti, i religiosi, le religiose e i seminaristi. Davanti alla cattedrale il Papa è stato acclamato e applaudito dalla folla in attesa. Al termine, presso il vicino Centro culturale Padre Felix Varela, incontrerà i giovani. Prima di arrivare alla cattedrale, il Papa ha fatto sosta in una parrocchia retta dai Gesuiti, la chiesa de la Reina, dove ha salutato alcuni prelati e fedeli, sempre festeggiato dalla folla presente sulla via antistante.

"Non dimentichiamoci della Buona Notizia di oggi: la grandezza di un popolo, di una nazione; la grandezza di una persona si basa sempre su come serve la fragilità dei suoi fratelli. In questo troviamo uno dei frutti di una vera umanità". Così il Papa ha concluso l'omelia nella messa all'Avana in Plaza de la Revolucion, all'Avana, la piazza teatro dei grandi raduni cubani, caratterizzata dal celebre ritratto murale di Che Guevara, aggiungendo: "Chi non vive per servire, non serve per vivere". Il "servizio" agli altri, invocato da papa Francesco nella messa all'Avana, "non è mai ideologico - ha detto -, dal momento che non serve idee, ma persone". Francesco è arrivato con la "papamobile" aperta ed è stato accolto con una grande ovazione della folla - la piazza può contenere fino a 600 mila persone - con bandierine di Cuba e del Vaticano che cantava inni locali. Il Pontefice ha impartito personalmente la prima comunione a dieci bambini. E' la prima volta che questo accade in un viaggio di un Papa. Prima di iniziare la messa, davanti alla sacrestia Francesco ha incontrato brevemente alcuni rappresentanti di altre confessioni cristiane presenti a Cuba. Per la visita del Papa è stata realizzata una grande scritta "Missionero de la misericordia". Ad attenderlo, tra migliaia di persone, anche il presidente cubano Raul Castro e la presidente dell'Argentina Cristina Kirchner, giunta nell'isola caraibica già da ieri. A Plaza de la Revolucion celebrarono anche papa Wojtyla nel 1998 e papa Ratzinger nel 2012. 

Nel pomeriggio, alle 16.00 (le 23.00 in Italia), la visita di cortesia al presidente Raul Castro nel Palazzo presidenziale, con il colloquio privato tra i due e quello bilaterale tra la delegazione vaticana con il cardinale segretario di Stato Pietro Parolin e i rappresentanti del governo. Il programma della giornata prevede poi la celebrazione dei Vespri con il clero locale nella cattedrale dell'Avana, alle 17.15 (il Italia sarà già lunedì) e il saluto ai giovani nel Centro culturale padre Felix Varela alle 18.30.

"Vorrei chiederle, signor presidente, di trasmettere i miei sentimenti di speciale considerazione e rispetto a suo fratello Fidel", ha affermato nella cerimonia di benvenuto. Uno degli auspici da lui formulati è stato che "la Chiesa continui ad accompagnare e incoraggiare il popolo cubano nelle sue speranze e nelle sue preoccupazioni con libertà e con i mezzi e gli spazi necessari". Bergoglio non ha mancato di rievocare i "memorabili viaggi apostolici" compiuti sull'isola comunista da Giovanni Paolo II nel 1998 e Benedetto XVI nel 2012. "So che il loro ricordo suscita gratitudine e affetto nel popolo e nelle autorità di Cuba - ha sottolineato -. Oggi rinnoviamo questi legami di cooperazione e amicizia". E ricordando che il suo viaggio coincide con i 100 anni della proclamazione della Virgen de la Caridad del Cobre come patrona dell'isola, Francesco ha spiegato che pregherà nel santuario ad essa dedicato a Santiago "per tutti i suoi figli cubani e per questa amata Nazione, perché percorra sentieri di giustizia, di pace, di libertà e di riconciliazione". Un ultimo richiamo, infine, mentre è ancora aperta la spinosa questione dell'embargo Usa (Raul Castro, che ha chiesto anche la restituzione del "territorio occupato" di Guantanamo, l'ha definito "crudele, immorale, illegale") proprio al processo di normalizzazione dei rapporti con Washington, "che ci riempie di speranza".

"Incoraggio i responsabili politici - ha scandito il Pontefice - a proseguire su questo cammino e a sviluppare tutte le sue potenzialità, come prova dell'alto servizio che sono chiamati a prestare a favore della pace e del benessere dei loro popoli, di tutta l'America, e come esempio di riconciliazione per il mondo intero". "Il mondo ha bisogno di riconciliazione in questa terza guerra mondiale a pezzi che stiamo vivendo", ha aggiunto. Non senza ricordare anche le celebri parole di papa Wojtyla al suo arrivo sull'isola il 21 gennaio 1998: "Cuba si apra con tutte le sue magnifiche possibilità al mondo e il mondo si apra a Cuba".

La bandiera della Santa Sede sventolerà al Palazzo di Vetro di New York il 25 settembre, la mattina dell'arrivo di Papa Francesco. Lo confermano all'ANSA fonti dell'Onu. Si tratta di una svolta dopo che il Nunzio del Vaticano all'Onu, arcivescovo Bernadito Auza, aveva escluso la possibilità che il vessillo venisse issato per la visita di Bergoglio. Il 10 settembre l'Assemblea Generale ha approvato una risoluzione che permette agli Stati osservatori non membri - Vaticano e Palestina - di far sventolare la propria bandiera. «Rafforzare il legame tra famiglia e comunità cristiana è oggi indispensabile e urgente. Certo, c’è bisogno di una fede generosa per ritrovare l’intelligenza e il coraggio per rinnovare questa alleanza. Le famiglie a volte si tirano indietro, dicendo di non essere all’altezza: “Padre, siamo una povera famiglia e anche un po’ sgangherata”, “Non ne siamo capaci”, “Abbiamo già tanti problemi in casa”, “Non abbiamo le forze”. Questo è vero. Ma nessuno è degno, nessuno è all’altezza, nessuno ha le forze! Senza la grazia di Dio, non potremmo fare nulla. Tutto ci viene dato, gratuitamente dato! E il Signore non arriva mai in una nuova famiglia senza fare qualche miracolo. Ricordiamoci di quello che fece alle nozze di Cana! Sì, il Signore, se ci mettiamo nelle sue mani, ci fa compiere miracoli - ma quei miracoli di tutti i giorni! - quando c’è il Signore, lì, in quella famiglia”. "Naturalmente, anche la comunità cristiana deve fare la sua parte. Ad esempio, cercare di superare atteggiamenti troppo direttivi e troppo funzionali, favorire il dialogo interpersonale e la conoscenza e la stima reciproca. Le famiglie prendano l’iniziativa e sentano la responsabilità di portare i loro doni preziosi per la comunità. Tutti dobbiamo essere consapevoli che la fede cristiana si gioca sul campo aperto della vita condivisa con tutti, la famiglia e la parrocchia debbono compiere il miracolo di una vita più comunitaria per l’intera società”.  Il Papa ha quindi concluso così la sua catechesi: "A Cana, c’era la Madre di Gesù, la “madre del buon consiglio”. Ascoltiamo noi le sue parole: “Fate quello che vi dirà” (cfr Gv 2,5). Care famiglie, care comunità parrocchiali, lasciamoci ispirare da questa Madre, facciamo tutto quello che Gesù ci dirà e ci troveremo di fronte al miracolo, al miracolo di ogni giorno! Grazie”.  
(da: "Avvenire" e ANSA) 

IN VIAGGIO VERSO CUBA:
SULLA ROTTA DELLA PACE

'Il mondo è assetato di pace' - "Credo che oggi il mondo sia assetato di pace". In volo sull'aereo che lo porta a Cuba, nel decimo e più lungo viaggio del suo pontificato (dieci giorni) che proseguirà poi anche negli Stati Uniti, papa Francesco mette subito in chiaro con i giornalisti al seguito quale sia il pensiero che più lo attanaglia: "la parola pace". E lo fa ricordando in pochi e densi tratti "le guerre, i migranti, l'ondata migratoria di persone che fuggono dalle guerre, che fuggono dalla morte". Ai cronisti riserva anche una toccante considerazione sulla sua partenza dal Vaticano, quando a salutarlo c'era una delle due famiglie di profughi che per sua volontà vi sono state accolte in questi giorni.

"Mi sono emozionato tanto - ha detto -, quando congedandomi dalla Porta di Sant'Anna, c'era una delle due famiglie che stanno nella parrocchia Sant'Anna, in Vaticano, accolte lì. Sono siriani, profughi: si vedeva il dolore nei loro volti". Agli stessi giornalisti, che poi ha salutato uno per uno, ha quindi augurato di lavorare per "costruire ponti". E proprio quella di costruire sempre nuovi ponti è la missione di fondo di questo viaggio a Cuba e negli Stati Uniti, Paesi nel pieno di una normalizzazione dei rapporti, favorita anche dalla mediazione della Santa Sede, dopo oltre cinquant'anni di reciproco "muro". All'Avana, all'aeroporto internazionale Josè Martì, il Papa è stato accolto con gli onori militari più alti, con 21 salve di cannone. Qui la prima stretta di mano col presidente Raul Castro, e anche il primo saluto inviato all'anziano 'lider maximo' Fidel, che dovrebbe incontrare. 

(Da: "Avvenire" e ANSA)


GLI ALTRI APPROFONDIMENTI 



A proposito di accoglienza. E di intolleranze.

ACCOGLIERE I PROFUGHI. E CHE LAVORINO PER LA COMUNITA'. 
di Giorgio Malavasi*

A Ostiglia, nel mantovano, puliscono le ambulanze della Croce rossa e tengono in ordine il campo da calcio della parrocchia. A Terni riverniciano panchine e ringhiere di giardini ed edifici pubblici. A Verona tolgono i rifiuti da alcune strade... Sono i profughi che, sempre più, vengono utilizzati dai Comuni italiani in servizi utili alla collettività. Invitare gli stranieri a svolgere, fin dal loro arrivo, lavori socialmente utili ci pare uno dei passi avanti auspicabili per governare meglio la migrazione di massa. Fenomeno, questo, che non sarà alcun muro o filo spinato a fermare. Le persone che hanno deciso di lasciare la loro terra per venire, a rischio della vita, in Europa sono come la polvere. La polvere passa comunque, anche quando metti il paraspifferi davanti alla soglia della porta di casa. In questi giorni se n'è accorta anche la cancelliera Merkel: ha detto che l'Italia e la Grecia non vanno lasciate sole nel gestire il problema. Bene, ci fa piacere che sia arrivata a questa consapevolezza, che la Chiesa di Venezia, per esempio, per bocca del Patriarca aveva fatto presente già all'inizio di questo 2015 [ritornandoci in questi giorni con la lettera alle Parrocchie, ndr]. Probabilmente ci è arrivata perché si sta accorgendo che i migranti passano sì per l'Italia, ma mirano alla Germania (e alla Scandinavia). Uno degli “ingredienti” di una ricetta per la buona gestione dei migranti ci pare proprio il lavoro. Per queste persone non è dignitoso restare per settimane o per mesi inattive, in un centro di accoglienza, in attesa di documenti e permessi. L'inoperosità crea disagio, critiche e dissenso sociale. Fa gridare subito alla piaga dell'assistenzialismo: i soldi per l'accoglienza vengono dalle nostre tasse. Il lavoro permette invece a chi lo fa di realizzare qualcosa, di sentirsi utile. Infine, con il loro lavoro, i migranti possono ricompensare la società che li accoglie e li mantiene per il tempo necessario all'esame domanda di protezione internazionale. Non siamo i primi a sostenere questa tesi: c'è anche una circolare del ministro Alfano, del maggio scorso, che agevola in tal senso. Perché non battere massicciamente questa pista?

Giorgio Malavasi (da "Gente Veneta", n.33/2015)

Autorevole intervento del Patriarca sul tema Gender

MONS. MORAGLIA: 
LA RIMOZIONE 
DELLA DIFFERENZA SESSUALE 
NON E' LA SOLUZIONE.

La differenza sessuale è una ricchezza. Lo sottolinea Papa Francesco e lo ribadisce il Patriarca che, a proposito del tema su cui in questi giorni si è acceso un vivace dibattito, annota: "A proposito della recente “querelle” sulla questione gender, è opportuno tenere ben presente che per un cattolico - al di là delle opinioni di noti personaggi o del provvedimento amministrativo di un sindaco - costituiscono un riferimento imprescindibile le reiterate prese di posizione di Papa Francesco che, rimanendo agli interventi più recenti, ritorna frequentemente sul tema con parole chiare e che non lasciano spazio a fraintendimenti. Un suo autorevole intervento in merito è presente, in particolare, nella recente enciclica “Laudato si'”, dove si affronta con delicatezza e fermezza la questione della differenza sessuale nel contesto dell’ecologia umana della vita quotidiana che - scrive - “implica anche qualcosa di molto profondo: la necessaria relazione della vita dell’essere umano con la legge morale inscritta nella sua propria natura, relazione indispensabile per poter creare un ambiente più dignitoso… Invece una logica di dominio sul proprio corpo si trasforma in una logica a volte sottile di dominio sul creato. Imparare ad accogliere il proprio corpo, ad averne cura e a rispettare i suoi significati è essenziale per una vera ecologia umana. Anche apprezzare il proprio corpo nella sua femminilità o mascolinità è necessario per poter riconoscere se stessi nell’incontro con l’altro diverso da sé... Pertanto, non è sano un atteggiamento che pretenda di «cancellare la differenza sessuale perché non sa più confrontarsi con essa»". (Papa Francesco, Lettera enciclica Laudato si' n.155, 24 maggio 2015). Faccio, perciò, certamente mie le parole con cui Papa Francesco si rivolge a tutti, non solo ai credenti, soffermandosi sul rapporto uomo-donna, essenziale per il futuro dell’umanità. "La rimozione della differenza - dice il Papa - è il problema, non la soluzione. L’uomo e la donna devono invece parlarsi di più, ascoltarsi di più, conoscersi di più: il legame matrimoniale e familiare è una cosa seria, lo è per tutti, non solo per i credenti. Vorrei esortare gli intellettuali a non disertare questo tema, come se fosse diventato secondario per l’impegno a favore di una società più libera e più giusta” (Papa Francesco, 15/4). "Non sarebbe quindi onesto - conclude mons. Moraglia - "ritagliare" il magistero del Papa, cogliendo di esso solo quanto può essere di personale gradimento e invece sorvolando su quanto potrebbe, a taluni, non essere gradito".  
(da "Gente Veneta")

Preoccupato documento dei "Giuristi per la vita" 

LA FORMAZIONE SUL "GENERE"
AGLI INSEGNANTI DELLA SCUOLA
COSTA DIECI MILIONI. PUBBLICI. 


Il Presidente dell'Associazione "Giuristi per la vita", l'avvocato Gianfranco Amato, ha diffuso un comunicato riguardante la formazione (obbligatoria) dei docenti interrogandosi, oltre che sul costo per la collettività, sui reali obbiettivi del Decreto che imporrà questa formazione.

I "Giuristi per la Vita" esprimono una profonda critica rispetto alla conversione del Decreto-legge 12 settembre 2013, n. 104, recante «Misure urgenti in materia di istruzione, università e ricerca», nella parte in cui viene autorizzata la spesa di 10 milioni di euro per attività di formazione obbligatoria del personale scolastico, tra cui quella finalizzata «all’aumento delle competenze relative all’educazione all’affettività, al rispetto delle diversità e delle pari opportunità di genere e al superamento degli stereotipi di genere» (art.16, primo comma, lett. d). I termini di ambiguità di tale formulazione (non si specifica, infatti, che «l’educazione all’affettività», «il rispetto delle diversità», «le pari opportunità di genere» ed «il superamento degli stereotipi di genere» riguardano esclusivamente il rapporto tra uomo e donna) rischia di apparire un subdolo tentativo di introdurre l’ideologia del gender in quella delicatissima funzione che è l’educazione scolastica.

Non si può dimenticare, infatti, che proprio nelle scuole è già approdato il noto documento denominato "Strategia nazionale per la prevenzione e il contrasto delle discriminazioni basate sull’orientamento sessuale e sull’identità di genere (2013-2015), redatto dall’Ufficio Nazionale Antidiscriminazioni Razziali, ente governativo istituito all’interno del Dipartimento per le Pari Opportunità presso la Presidenza del Consiglio dei Ministri. Tale documento contiene le linee guida per l’applicazione dei princìpi contenuti nella Raccomandazione CM/REC (2010) 5 del Comitato dei ministri del Consiglio d’Europa, volta a combattere la discriminazione fondata sull’orientamento sessuale o l’identità di genere. Ebbene, ogni volta che in quell’atto si fa menzione del «rispetto delle diversità», ci si riferisce anche alle «comunità LGBT». Se la nuova formulazione dell’art.16 del Decreto Legge 104/2013 rappresenta l’emanazione normativa dei principi indicati nel citato documento dell’UNAR e ispirati all’ideologia gender, sarebbe davvero grave.

Non si possono, infatti, accettare forme di indottrinamento dei giovani attraverso programmi governativi, anche perché esse si porrebbero in netta contraddizione, tra l’altro, con l’art. 26, terzo comma, della Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo, firmata a Parigi il 10 dicembre 1948, il quale sancisce testualmente che «i genitori hanno un diritto prioritario nella scelta del tipo di formazione che deve essere data ai loro figli». Ciò che, poi, sarebbe ancora più intollerabile è che una simile propaganda si realizzi con denari pubblici, e quindi a carico del contribuente. Peraltro, nell’odierna situazione di crisi, le condizioni degli istituti scolastici, in cronica penuria di risorse finanziarie, meriterebbero ben altri investimenti pubblici.

Avv. Gianfranco Amato
Presidente dell'Associazione "Giuristi per la Vita"

GIUBILEO 2015-2016: 
LE TAPPE DELL'
ANNO SANTO


Gli appuntamenti per l'Anno Santo, che vedrà Porte Sante in tutte le diocesi del mondo. Domenica 13 dicembre, terza domenica di Avvento, ci sarà l’apertura della “porta santa” diocesana nella basilica cattedrale di S. Marco a Venezia (le presenze qui saranno probabilmente organizzate per rappresentanza). Tre i grandi appuntamenti nella Diocesi di Venezia: ad ottobre 2015 ci sarà quello oramai tradizionale a Venezia, dai Gesuati alla basilica della Salute, e poi ne sono previsti altri due, nel 2016, che condurranno ad altrettante “porte sante” diocesane già individuate nella chiesa parrocchiale di S. Maria Concetta ad Eraclea (ci si andrà in febbraio) e nel santuario di S. Maria Assunta a Borbiago di Mira (in maggio).

Il primo grande evento del Giubileo sarà naturalmente l’apertura della Porta Santa in San Pietro l’8 dicembre prossimo. Seguiranno il 13 dicembre l’apertura di quella di San Giovanni in Laterano e di Santa Maria Maggiore il 1° gennaio 2016, Ma il primo avvenimento con una grande affluenza sarà dedicato a tutti coloro che operano nel pellegrinaggio, dal 19 al 21 gennaio. «È un segno – ha spiegato monsignor Fisichella – che intendiamo offrire per far comprendere che l’Anno Santo è un vero pellegrinaggio e come tale va vissuto. Chiederemo ai pellegrini di compiere un tratto a piedi, per prepararsi a oltrepassare la Porta Santa con spirito di fede e di devozione. Andare oltre la sfera del turismo è decisivo». 

Il 3 aprile sarà la volta della celebrazione per l'associazionismo che si ritrova nella spiritualità della misericordia (movimenti, associazioni, istituti religiosi). Il volontariato caritativo, a sua volta, sarà chiamato a raccolta il 4 settembre (significativamente il giorno prima della festa liturgica della beata Madre Teresa). «Il volontariato è il segno concreto di chi vive le opere di misericordia e merita una celebrazione riservata». II mondo della spiritualità mariana avrà la sua giornata il 9 ottobre per celebrare la Madre della Misericordia.

Non mancano eventi dedicati ai ragazzi Cresimati che sono chiamati a professare la fede: «Abbiamo pensato a loro il 24 aprile, perché la Gmg di Cracovia, nei giorni 26-31 luglio, è destinata ai giovani e per la fascia di età dei ragazzi è difficile trovare uno spazio significativo nella pastorale», ha precisato Fisichella. 

Il Giubileo dei diaconi sarà il 29 maggio e quello della Curia Romana il 22 febbraio. Nel 160° anniversario della festa del Sacro Cuore di Gesù, il 3 giugno, invece si celebrerà il Giubileo dei sacerdoti. Il 25 settembre sarà il Giubileo dei catechisti e delle catechiste, mentre il 12 giugno avremo il grande richiamo per tutti gli ammalati e le persone disabili e quanti si prendono cura di loro con amore e dedizione.






LA LIBERTA' RELIGIOSA DEI
"MIEI RAGAZZI" E LO SPORT

Un pensiero di don Mauro Margagliotti, volto noto a S.Barbara e molto apprezzato da giovani e meno giovani. Argomento della nota, tratta dal suo profilo Facebook, è la difficile convivenza nelle vite dei nostri figli tra i tempi della Fede e quelli, sempre più invadenti, dello sport.

"La libertà è radice e prolungamento di ogni fede religiosa e la libertà religiosa è alla radice delle libertà civili", l'ha detto oggi il presidente Mattarella! Mi fa piacere!!! Perchè prima di partire per il campo vorrei lasciare a voce alta una piccola riflessione sulla libertà religiosa dei ragazzi e delle ragazze della mia città in relazione con chi sta minacciando la loro libertà religiosa con la presa in giro e con la costrizione! I ragazzi sono in un'età in cui stanno crescendo e figure adulte devono indicare loro una strada e oltre all'esempio e alla parola hanno da esercitare una salutare influenza sui ragazzi anche con ciò che chiedono e pretendono da loro. La famiglia chiede tempo da dedicare alla famiglia ed è giusto, del resto si sa quanta fatica fanno i ragazzi a stare a casa, a vivere la normalità della vita familiare ma è fondamentale educarli a questo! Poi c'è lo studio, e quanto è importante che i ragazzi studino e si impegnino, quindi giustamente dedichiamo sforzi e fatica per aiutare i ragazzi all'impegno nella scuola, poi ci sono i preti che propongono una vita cristiana (si spera seria) che richiedono ai ragazzi alcuni momenti importanti a cui essere fedeli per incontrare Gesù, per poter crescere nell'intimità con lui che citando il vangelo di oggi ha "PAROLE DI VITA ETERNA", un cammino che non va tanto di moda per svariate ragioni e che è talmente delicato in questa età dei ragazzi da richiedere tanti aiuti e tante protezioni. Le famiglie non sono contrarie a questo cammino, semmai sono poco credibili nel seguirlo e fiacche nel viverlo, ma hanno un concorrente che attira moltissimo i ragazzi e che li ricatta in modo sottile e allo stesso tempo fortissimo, l'ambiente sportivo. Si lo vedo com l'idolo moderno, e non ne do la colpa ai ragazzi. Il dito lo punto sugli allenatori (non tutti, ne conosco alcuni che addirittura si portano i ragazzi a messa quando vanno in trasferta) e sui genitori che si lasciano imporre ritmi massacranti da questi moderni caporali dei loro figli!! Uso parole forti sperando di essere ascoltato perchè voglio provocare!!!!!! So che tra qualche settimana alla ripresa delle attività ordinarie della parrocchia dovrò sentirmi dire da tantissimi che l'orario del catechismo non va bene perchè i ragazzi hanno 3 allenamenti alla settimana, e la partita al sabato e forse anche alla domenica, e che il mister si arrabbia se non va il ragazzo all'allenamento. E se niente niente qualche ragazzo si permette di far presente che la parrocchia.... parte la presa in giro, la battuta, il ricatto verso il ragazzo o la ragazza che giustamente ama lo sport ma che forse ha anche altro!! Eccoli quelli che violano la libertà religiosa dei miei ragazzi, ragazzi che io ritengo abbiano una famiglia a cui dedicare tempo, un'istruzione a cui attendere, degli amici con cui stare insieme, una vita di fede da custodire e curare, uno sport da praticare con serenità. Chi pretendesse di avere l'esclusiva del tempo dei ragazzi io lo chiamo totalitario, si, totalitario come i regimi che hanno insanguinato anche la nostra Italia, perchè pretendere tutto il tempo dai ragazzi mettendoli in condizione di non poter fare altro e farlo serenamente e bene è totalitarismo. Io non pretendo tutto il tempo dai ragazzi che vivono nella mia comunità, non lo faccio perchè amo la loro libertà!! Sarebbe bello che anche gli allenatori di calcio, pallavolo, basket, nuoto, e quant'altro avessero l'umiltà di lasciar vivere e di lasciare liberi i ragazzi di vivere la vita, anche perchè diciamocelo chiaramente lo sport a una certa età non lo potranno più praticare e a quel punto però la vita dovranno continuare a viverla, e se lo sport sarà stato la loro unica priorità che ne sarà di questi ragazzi??? Famiglie pretendete libertà per i vostri figli, pretendete sport nella giusta misura, date una calmata a questi moderni caporali che fanno di se stessi i dittatori delle vostre creature. La fede dei vostri figli vale meno dello sport??? Fatevela questa domanda quando avrete da organizzare il fine settimana e guardare il calendario degli allenamenti...e ripensate alla libertà dei vostri figli, alla libertà religiosa cioè alla libertà di raggiungere il proprio destino e chiedetevi se un pallone o una bracciata saranno sufficienti per riempire questo desiderio e confrontatelo con le parole dolci di Gesù "io sono la via, la verità e la vita". Spero di essere criticato, sbranato e contestato ma va bene così.... per la libertà dei "miei ragazzi" sono disposto a prenderle piuttosto che stare zitto mentre violano il santuario della loro coscienza con una dittatura sottile ma pervasiva!

don Mauro Margagliotti (dal profilo Facebook, per gentile concessione)


IL LINGUAGGIO DELLA FEDE


LA PAURA, IL PIU' GRANDE PERICOLO PER LA CHIESA DI OGGI di Sandro Vigani*

Il Direttore di Gente Veneta, Sandro Vigani, in un editoriale di lucida schiettezza si interroga e riflette sul ruolo di Chiesa e Cristianesimo sotto un aspetto molto importante del nostro tempo: il coraggio di cambiare e di comunicare, che si traduce, o viene percepito, come  paura. Se questo è vero, cosa può arrivare fuori dai confini Parrocchiali? Leggiamo, e discutiamone.

In una delle ultime interviste che feci al Patriarca Marco, gli chiesi quale fosse, secondo lui, il più grande rischio della Chiesa oggi. Mi rispose immediatamente, senza riflettere: “La paura!”. Mi stupì, allora, quella risposta. La compresi un po’ alla volta, da ultimo grazie all’attuale Papa. E’ vero: la paura blocca la Chiesa, non le permette di camminare – anzi, di correre - di inseguire il soffio e la voce dello Spirito. Quando la Chiesa ha paura, si chiude in ciò che le offre un’apparente sicurezza: la dottrina, i dogmi, i “principi non negoziabili”. Pone queste realtà come un diaframma tra sé e il mondo: un mondo che teme, col quale non sa come dialogare, percepisce come nemico che mette a rischio la sua stessa esistenza e la possibilità di Dio di rendersi presente tra gli uomini e parlare ancora ad essi. Un mondo che considera lontano da Dio, senza Dio. Allora assumono un’importanza assoluta le norme, i precetti e i valori che essi sembrano difendere e che il mondo non vuole comprendere. La liturgia, il rito, i sacramenti… il linguaggio umano nel quale culmina il rapporto di Dio con gli uomini – dove si attua misterioso incontro tra Dio e la più grande delle sua creature - diventano segni chiusi, fine a se stessi, separati dalla vita. Un universo fatto di simboli, parole, gesti che gratificano chi li compie soltanto per il fatto che li compie. Accadeva anche al tempo di Gesù! 

A volte perfino l’abito – la veste talare del prete, il clergy, i titoli “reverendo, eccellenza, eminenza…” – si trasformano in stampelle attraverso le quali chi ha un ruolo nella comunità dei credenti si sostiene per andare avanti, per cercare di non cadere, per affermare l’inganno della propria autorità. La paura toglie l’autorevolezza, spegne l’entusiasmo, impedisce di percorrere strade nuove e perciò inedite, mette in parcheggio la forza eversiva e rivoluzionaria del Vangelo. Oppure accade il contrario. Per paura dell’uomo moderno, di non riuscire ad appassionarlo alla persona di Gesù, si cerca di andargli incontro mimetizzandosi, accettando quelle parole del suo linguaggio che sono lontane dalla fede, lontane dall’Uomo di Nazaret. Il messaggio del Vangelo viene diluito in mille e mille mediazioni, in compromessi, in forme di buonismo che di buono hanno davvero poco, in una tolleranza che nulla a che fare con l’accoglienza e l’autentica testimonianza. Così diluito, il Vangelo si perde. La Chiesa che ha paura si divide in conservatori e progressisti, assume linguaggi identificativi che sono propri del mondo: è la Chiesa di destra o di sinistra.

Ciò che si perde, in entrambi i casi, è l’uomo: non un uomo astratto, teorico, studiato filosoficamente nella sua natura ed essenza. L’uomo concreto, quello che ogni giorno la Chiesa incontra lungo le strade sterminate della vita. L’uomo forte e debole, fallibile e portatore di verità, buono e cattivo, povero e ricco… ma spesso solo e assetato di qualcuno che gli porti una parole in nome di Dio. Non un Dio lontano, giudice, che somiglia più ad un manuale di morale, un casellario di sentenze dentro al quale ciascuno può trovare il proprio posto. Un Dio misericordioso, che ha un cuore grande e compassionevole. Un Dio che è abbà, papà, anzi, papà e mamma, come disse papa Luciani, scandalizzando più di qualcuno, in una delle sue poche uscite pubbliche. Un Dio appassionato dell’uomo. Quando la Chiesa ha paura, perde la passione per l’uomo, perde se stessa, perde la fede. Credo che la paura sia il grande peccato contro lo Spirito Santo, quello che non può essere perdonato perché è la mancanza di fiducia in Dio, nelle sue immense possibilità, nel suo quotidiano sostegno e nella sua guida. Chi non ha paura non ha bisogno di nascondersi dietro la prigione dei precetti, né di mimetizzarsi per accattivarsi la simpatia di chi pensa di essere lontano da Dio!


Sandro Vigani (Tratto da GENTE VENETA, n.30/2015)