Pagina 2

STORIA DI SANTA BARBARA di Samanta Caron

S.Barbara (Palma il Vecchio). Chiesa di S.Maria Formosa (VE).

LA STORIA DI S.BARBARA
Nella foto: dipinto di S.Barbara (Palma il Vecchio).
Chiesa di S.Maria Formosa (VE).


Scarica qui la "Storia di Santa Barbara" di Samanta Caron
(994 Kbyte - formato pdf)

 Sotto l’impero di Massimiano (286-305) e il governo di Marciano, il funzionario Dioscoro, ricco e devoto agli dei, aveva una figlia, di nome Barbara, nota per bellezza e onestà di costumi. Per salvaguardare la figlia avrebbe innalzato un’alta torre in cui rinchiuderla, come in una prigione; ella invece dedicava parte del suo tempo alla preghiera, non curandosi dei vari pretendenti che la chiedevano in sposa. Prima di partire per terre straniere, il padre avrebbe fatto costruire anche una stanza da bagno con due finestre. La fanciulla però, approfittando della lontananza del padre, tolte le divinità pagane, avrebbe ordinato che si modificasse la stanza, aggiungendovi una terza finestra in onore della Santissima Trinità. Ritornato dal viaggio, il padre interrogò più volte Barbara per chiederne spiegazioni; alla fine, esasperato dal suo atteggiamento, cercò di ucciderla. Ella allora fuggì verso una vicina montagna, quando, invocato l’aiuto divino, si verificò l’evento miracoloso: come per incanto, attraverso un varco apertosi di fronte le fu possibile sfuggire alle ire paterne. Ritrovatala, il padre non esitò a percuoterla, trascinandola, rinchiudendola in prigione e consegnandola al governatore, perché con torture e supplizi le facesse cambiare idea. Seguendo le consuetudini del tempo, Marciano cercò di indurla a sacrificare agli dei. Risultando tutto vano, passò a tormenti più crudeli, flaggellandole il corpo e strofinando le piaghe con panni ruvidi. Ricondotta in carcere, la giovane, durante la notte, fu consolata dall’apparizione di Cristo che miracolosamente le risanò le ferite. Trasferita l’indomani in tribunale, il giudice attribuì il merito della guarigione alle divinità pagane. Le spiegazioni di Barbara provocarono una nuova violenta reazione del giudice che, adirato, ordinò nuovi supplizi, in particolare di flagellarle con violenza i fianchi, applicandovi fiaccole ardenti. Fu colpita con un martello al capo, le amputarono le mammelle, la costrinsero a girare nuda per i paesi vicini. Ma, invocato dalla stessa il Signore, le fu inviato un angelo che la ricoprì di una stola bianca, così da sembrare una sposa pronta per le nozze. Condotta nel castello del governatore, questi emanò la sentenza di morte, che il padre volle eseguire lui stesso con la spada. Trascinata sul monte,  Barbara chiese al Signore due grazie: “Chiunque nel Tuo santo nome si ricorderà di me e farà memoria dei giorni del mio martirio, tu, o Signore, non ricorderai i suoi peccati nel giorno del giudizio, ma gli sarai propizio”, e “Tutti quelli che verranno dove saranno deposte le mie reliquie e ci siano acque salutari santificate, riceveranno per grazia tua la salute dell’anima e del corpo”. La preghiera fu esaudita: il padre la decapitò, nello stesso luogo, con un’altra giovane cristiana, Giuliana, però mentre scendeva dal monte, fu colpito da un fuoco proveniente dal cielo, tanto che non restò niente del suo corpo. In seguito a questa tradizione, Barbara divenne la patrona di chi perisce improvvisamente, senza essere in stato di grazia. Ella è invocata anche da quanti sono esposti a lavori pericolosi quali gli artiglieri, i carpentieri e i minatori, di cui ancora oggi è la protettrice.


LE RELIQUIE

Lo storico veneziano Flaminio Corner (1693-1778) ritiene che il martirio di Barbara sia avvenuto ad Eliopoli o a Nicomedia nell’anno 290, e che successivamente nel 565, l’imperatore Giustino II, cristiano e devoto, decise di esumare e trasferire il corpo della Santa da Nicomedia a Costantinopoli, deponendolo nella chiesa di San Salvatore. Il successivo trasferimento da Costantinopoli a Venezia sarebbe invece avvenuto sotto il dogado di Pietro Orseolo II, nell’anno 1003. Giovanni Orseolo, figlio di Pietro, fu inviato dal padre a Bisanzio presso l’imperatore per sposare Maria, figlia del nobile Argiropoli. Le nozze furono celebrate con grande sfarzo nella cappella imperiale e benedette dal patriarca. Nello stesso anno Maria, devota di santa Barbara, volle portarne a Venezia il corpo che, giunto nella città lagunare, fu deposto nella cappella ducale. Successivamente, nel 1009, i resti furono traslati da Venezia a Torcello, nella chiesa di S. Giovanni Evangelista, a seguito delle istanze di Orso Orseolo vescovo di Torcello (1008-1012), e della badessa del monastero di S. Giovanni Evangelista, Felicita, che esercitava un forte potere in quanto figlia del doge. Detto monastero fu, infatti, uno dei più illustri della laguna per nobiltà e censo, fondato presumibilmente nel 636 dal vescovo Paolo di Altino.

Il 18 marzo 1492, durante il dogado di Agostino Barbarigo e sotto la podesteria in Torcello di Delfino Venier, fu concesso alla badessa Francischina Bondumier di fondare una scuola in onore di santa Barbara. Quasi un secolo dopo, nel 1579, fu tolta una reliquia dal corpo della Santa per donarla all’imperatrice d’Austria, che l’aveva chiesta per devozione. La badessa Maria Boldù, prima di procedere al dono, volle fare una ricognizione ufficiale che portò al ritrovamento, al momento dell’apertura della cassa, di una pergamena del secolo XI che attestava essere quello effettivamente il corpo.

Nel 1630 Marco Zen, vescovo di Torcello, e Cornelia Pesaro, badessa del monastero di San Giovanni, decisero di restaurare l’altare dedicato alla Santa. Le reliquie restarono nello stesso monastero per otto secoli, fino a quando, a seguito della sua soppressione da parte di Napoleone I (1 luglio 1806), i resti della Santa, con quelli di un non identificato san Sisinnio vescovo, furono trasportati nella chiesa presbiteriale di S.Martino a Burano, il 10 marzo 1811.In un secondo momento, il 4 dicembre 1926, le sue spoglie furono traslate processionalmente dalla chiesa parrocchiale di Burano alla sacrestia del suo oratorio. Grazie ad un successivo intervento di Pio XII, santa Barbara venne confermata patrona della città, e il patriarca Giuseppe Roncalli, poi papa Giovanni XXIII, la annoverò tra i sette patroni di Venezia.

Recentemente i resti che si trovano nell’oratorio di S. Martino vescovo, a Burano, sono stati oggetto di una ricognizione da parte dei professori C.Corrain e M.Capitanio del Dipartimento di biologia dell’Università di Padova. La relazione attesta la presenza di un cranio completo di mandibola priva di denti, salvo qualcuno visibile nell’arcata inferiore; un frammento di atlante e tre altre vertebre cervicali; otto vertebre dorsali e due lombari; un sacro incompleto; un osso coxale sinistro; una scapola destra; omero sinistro; un’ulna sinistra e un calcagno sinistro. Il tutto viene attribuito ad una giovane donna di corporatura robusta e di 159 cm di statura.

(Dalla tesi di laurea di  Samanta Caron “Santa Barbara di Nicomedia - Aspetti biografici e diffusione del culto”.)